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Il super-dollaro spinge l’euro sotto 1,27

Il tema di fondo resta quello. Da una parte la scommessa su ulteriori mosse espansive della Bce. E, dall’altra, l’attesa per il rialzo dei tassi negli Stati Uniti.
Un mix che, almeno fino alla scorsa seduta, ha spinto l’euro all’ingiù e il dollaro all’insù. Tanto che, durante le contrattazioni, la divisa unica è scesa ai minimi da due anni a quota 1,2697 contro il biglietto verde. La prova manifesta di questo «combinato disposto» la si è avuta proprio nella mattinata di ieri. Da Vilnius (capitale della Lituania) Mario Draghi ha ribadito di essere pronto a «misure non convenzionali» anti-deflazione. Un’affermazione che, inevitabilmente, ha rafforzato le spinte ribassiste sulla divisa di Eurolandia. Poco dopo però, nella solita reazione pavloviana, il ministro Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble si è detto «non contento degli acquisti di Abs da parte della Bce». E subito il dollaro ha ripreso quota. Alla fine l’euro ha chiuso in calo (-0,35%). E tuttavia appare chiaro che, al di là della peggiore congiuntura dell’Europa rispetto agli Usa, il trend ribassista dovrà trovare conferma atti concreti dell’Eurotower. Altrimenti il consensus di mercato, che stima la divisa unica a 1,25 nella seconda parte del 2015, andrà deluso.
Fin qui la dinamica valutaria. Quale, però, l’andamento delle Borse? A ben vedere è stata una giornata divisa in due parti. Nella prima i mercati del Vecchio continente, seppure un po’ tentennanti, hanno danzato sopra la parità. Nel primo pomeriggio, invece, hanno virato al ribasso. Per quali motivi? Semplice: sono arrivati i soliti dati macro-economici dagli Stati Uniti. I numeri sono stati contrastanti. Quelli sui beni durevoli in agosto hanno mostrato un calo (-18,2%) superiore alle stime. Il numero dei sussidi di disoccupazione settimanali, al contrario, è cresciuto meno delle previsioni. Ebbene, proprio quest’ultimo numero è stato «sfruttato» dagli operatori per convincersi (almeno ieri) che la stretta sulla politica monetaria della Fed non verrà posticipata.
In un simile contesto Wall Street è partita al ribasso, trascinando con se i principali listini europei. I quali, peraltro, erano intimoriti anche dal flusso di notizie in arrivo dall’Ucraina. Non solo quella del presidente Petro Poroshenko che ha autorizzato il Governo di Kiev a chiudere (seppure temporaneamente) le frontiere con Mosca. Ma anche i rumors di una bozza di legge al Parlamento russo che, in risposta alle sanzioni dell’Occidente, potrebbe consentire il via libera al sequestro di asset stranieri nel Paese. Non stupisce quindi che, a fronte di questo cocktail di elementi, le Borse Ue abbiano archiviato la seduta in rosso. Francoforte, molto esposta sull’export, è stata la peggiore (-1,57%). Male anche Parigi (-1,32%) e Milano (-1,35%). In particolare a Piazza Affari è stata penalizzata, tra le altre cose, dal settore bancario: il comparto degli istituti di credito ha perso l’1,97%. «Il calo non stupisce più di tanto – dice Antonio Tognoli, vicepresidente di Integrae Sim -. Oltre alla maggiore volatilità conseguente agli Aqr, pesa la revisione al ribasso del Pil italiano. La dinamica degli impieghi, infatti, è una “derivata” del Prodotto interno lordo. Se questo scende, il nervosismo sul settore giocoforza aumenta».
Così come è aumentato (era nelle attese) il rendimento dei CTz 2016 collocati dal Tesoro. Ieri, in asta, sono stati venduti tutti i titoli (2,75 miliardi) con uno yield dello 0,385%, in rialzo sul collocamento precedente. In discesa, al contrario, i tassi in asta dei BTp decennali legati all’inflazione. Ne sono stati venduti 1,46 miliardi (l’obiettivo massimo era di 1,5 miliardi). Lo spread del nostro decennale sul Bund, dal canto suo, ha chiuso ieri in crescita a 139 basis point (2,36% il tasso del BTp). Oggi, comunque è la giornata dei BoT. Ne verrà offerto un ammontare fino a 7 miliardi, sulla scadenza a sei mesi.

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