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Il super-dollaro ai massimi dal 2012

Il mercato non si lascia spaventare dal potenziale impasse post-elettorale negli Stati Uniti. Anzi, finisce per «festeggiare» la notizia della presa di possesso del Congresso Usa da parte dei Repubblicani (in contrasto con la Casa Bianca guidata da Barack Obama) spingendo Wall Street a nuovi massimi storici e mandando in orbita il dollaro. Una serie di movimenti che porta con sé conseguenze significative anche su altri classi di investimento: sulle Borse europee (che recuperano terreno alla vigilia della riunione Bce) e su tutto ciò che è inversamente correlato al biglietto verde (euro, yen, petrolio e oro in primis).
Il favore con cui è stato salutato il peraltro atteso esito delle elezioni di metà mandato non ha certo stupito gli analisti: «In generale si ritiene che i repubblicani siano più favorevoli alle attività finanziarie», sintetizza David Keeble di Credit Agricole, per spiegare l’esuberanza delle azioni. Se a questo si aggiunge che un Congresso unito e non troppo favorevole alle politiche espansive della Fed tende ad avvantaggiare il dollaro (che ieri ha sfiorato quota 115 yen e ha schiacciato l’euro sotto 1,25) e a provocare vendite sui Treasury (i tassi sul decennale Usa sono leggermente saliti), il quadro appare completo.
Ieri peraltro a soffiare sul vento già di per sé in poppa hanno contribuito pure dati incoraggianti sullo stato di salute dell’economia statunitense, capace secondo i dati Adp di creare in ottobre 230mila nuovi occupati nel settore privato (oltre le attese, che si limitavano a 10mila unità in meno). Un dato che il mercato ha letto evidentemente in chiave anticipatoria dell’appuntamento di domani (quando il Dipartimento del Lavoro diffonderà le cifre ufficiali sull’occupazione Usa) e che ha finito per spedire in secondo piano il calo degli indici prospettici Pmi del settore servizi (scesi a 57,1 punti da 58,9 sempre in ottobre).
Se la congiuntura a stelle e strisce a viaggia in modo spedito, non altrettanto si può dire per quella europea: a settembre le vendite al dettaglio dell’Eurozona sono infatti scese oltre le attese dell’1,3% su base mensile, e anche gli stessi indici Pmi servizi hanno registrato a ottobre una battuta d’arresto, se pur lieve (52,3 punti). Su quest’ultimo versante c’è però da registrare la nota incoraggiante italiana, dove l’indicatore è cresciuto inaspettatamente a 50,8 punti rispetto ai 48,8 del mese precedente.
In questo dato qualcuno ha voluto vedere una sorta di spiraglio di luce nella grigia situazione del nostro Paese, anche se va detto che i sottoindici sulla situazione occupazionale e quelli sulle attese per il futuro restano su livelli critici. Tanto è vero che il recupero di Piazza Affari (che alla fine ha chiuso a +2,6%) ha preso vigore proprio in tarda mattinata dopo la diffusione degli indici elaborato da Markit. Altrove, nel Vecchio Continente, Parigi è salita dell’1,9%, Francoforte dell’1,6%, Londra dell’1,3% e Madrid dell’1,2 per cento.
Per il resto, su un mercato che ha comunque salutato con favore la diffusione di alcune trimestrali societarie superiori alle previsioni (la britannica Marks & Spencer, la francese Natixis e l’olandese Ing) aleggia ancora la presenza di un Consiglio Bce che si preannuncia quest’oggi denso di tensioni dopo le indiscrezioni sulla crescente spaccatura fra Mario Draghi e i «falchi» (tedeschi, ma non solo). Gli analisti non si attendono annunci particolarmente rilevanti su ulteriori misure espansive da parte dell’ex governatore della Banca d’Italia, il cui compito nel mantenere comunque elevate le aspettative su future mosse sarà tutt’altro che semplice. Nell’attesa, i BTp si sono mossi lateralmente, mantenendo i rendimenti sul decennale al 2,43% e lo spread sul bund tedesco a 160 punti base.
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