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Il «super-bazooka» fa volare le Borse

Dopo un mese di agosto nefasto (-9%) e un avvio a settembre sulla stessa falsariga (-2,5%) i mercati europei avevano bisogno di essere “coccolati” dalla Banca centrale europea. Ed è quello che ha fatto ieri il governatore Mario Draghi dando ufficialità ai rumors dei giorni scorsi: il quantitative easing – l’operazione con cui la Bce sta acquistando da marzo titoli di Stato dell’Eurozona (Grecia esclusa) e titoli privati per 60 miliardi di euro al mese – potrebbe continuare anche dopo il settembre 2016 (la scadenza finora prefissata) «se necessario», perché «il programma dispone della sufficiente flessibilità, in termini di aggiustamento di mole e durata». A dare sostanza alle parole anche un fatto immediato: la Bce ha alzato il limite di acquisti sui singoli titoli dal 25% al 33%.
Le Borse hanno festeggiato: erano già positive nella prima parte della mattina, approfittando della tregua della Borsa di Shanghai (chiusa per festività, così come oggi). Ma poi hanno accelerato dando peso alle parole accomodanti di Draghi. L’Eurostoxx 50 ha chiuso a +2,23%. Piazza Affari è salita del 2,6%, Parigi del 2,5%, Francoforte del 2,7%. Il listino tedesco è tornato a vestire la maglia rosa e non a caso dato che l’atteggiamento ultraespansivo della Bce ha indebolito l’euro, sceso rapidamente di oltre una figura (da 1,12 a 1,11 con minimi a 1,10) nei confronti del dollaro.
In sostanza il «super-Qe» ha fatto tornare il «mini-euro», una correlazione che abbiamo visto in modo marcato nei primi quattro mesi dell’anno e che ieri ha conquistato tutta la scena. A cui si è aggiunto l’allungo dei prezzi del petrolio che hanno ripreso vigore con nuovi moderati rialzi.
La reazione positiva dei mercati registrata ieri ne svela però l’insita debolezza, ovvero la dipendenza dal doping delle banche centrali. Ieri, infatti, Draghi ha motivato il suo atteggiamento da «colomba» proprio in ragione di un deterioramento del quadro macro, con la possibilità concreta che nei prossimi mesi l’Eurozona torni in deflazione (a causa della caduta estiva dei prezzi delle materie prime) rivedendo al ribasso non solo le stime di inflazione ma anche quelle di crescita del Pil fino al 2017. Gli investitori – molto attenti in questa fase ai dati macro cinesi – hanno ignorato le prospettive macro europee, puntando sulla politica monetaria e sulla possibilità che i soldi “stampati” dalla Bce sono destinati ad aumentare. In una giornata positiva per le quotazioni degli asset finanziari non hanno fatto eccezione i titoli di Stato dell’Eurozona, i primi destinatari del potenziato «bazooka» di Draghi. Il tasso del BTp a 10 anni è sceso di 8 punti base all’1,92%. Lo spread con il Bund è rimasto stabile a 120 punti perché nel frattempo ci sono stati pari acquisti sul titolo tedesco.
«Lo scenario descritto da Draghi vede un programma di «Qe» che corre il rischio di non raggiungere gli obiettivi prefissati (inflazione al 2%) nei tempi comunicati (settembre 2016) – spiega Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet am-. È lecito interpretare questo quadro come un segnale di apertura a possibili estensioni del «Qe». Coerente quindi la reazione dei mercati».
Non ha preso parte al recupero dei listini Wall Street che ha sofferto – proprio come nella prima parte dell’anno quando era ferma mentre Piazza Affari segnava un parziale di +27% – il rafforzamento del dollaro che su questi livelli potrebbe continuare a penalizzare le esportazioni americane. In compenso l’indice Vix (che misura la volatilità sui mercati e cioè il rischio che le quotazioni possano allontanarsi con forti strappi dalle medie storiche) è sceso per la seconda giornata consecutiva. Dal picco di settimana a 32 ha perso il 25%, planando a 25. Un’altra buona notizia in una giornata che ha riportato per qualche ora l’atmosfera del primo trimestre dell’anno, improntata alla propensione al rischio. Oggi però bisognerà fare attenzione al dato sul mercato del lavoro negli Usa ad agosto, l’ultimo grande market mover prima di quello del 17 settembre: quando la Fed dovrà sciegliere se schierarsi contro le aspettative dei mercati e il desiderio delle autorità cinesi (scegliendo di alzare i tassi per la prima volta dopo 10 anni) oppure di accontentare entrambi rimandando a dicembre o al 2016 i tempi la fantomatica stretta.

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