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“Il successo di Moncler? La Borsa ha le sue logiche torno a occuparmi di piume”

MILANO — Remo Ruffini, patron di Moncler, ha deciso di non preoccuparsi dell’andamento del titolo in Borsa: dopo il boom della vigilia ieri ha perso il 5% ma valorizza pur sempre la società oltre 3,5 miliardi. Perché dopo il successo della quotazione, l’imprenditore pensa già alla prossima sfida, che come sempre parte dal prodotto, ovvero i suoi piumini «Made in Moncler».
Il prossimo obiettivo dopo la quotazione?
«Tornare a lavorare, perché nei giorni del road show non ho avuto tempo di fare altro…»
Qual è la cosa più insolita che le hanno chiesto gli investitori?
«Lo strano è che mi hanno fatto domande personali sulla mia vita e sullo stile di vita della marca. Invece, le banche mi avevano preparato a domande dettagliate sull’azienda e sui numeri. Devo dire che è stata una bellissima esperienza, e il fatto di aver cominciato e poi sospeso il processo di Ipo nel 2011 mi ha dato l’occasione di continuare a rimanere in contato con gli investitori che avevo già incontrato allora e di approfondire davvero il rapporto».
Con una domanda da 20 miliardi, quanti ne ha accontentati?
«Ne abbiamo selezionato 164 su oltre 700 investitori. Un terzo di questi li conoscevo da tempo, ma siamo riusciti a scontentarli tutti perché nessuno ha avuto le azioni che voleva».
Il titolo vale 36 volte gli utili, lei non ha venduto in Ipo, ma oggi comprerebbe?
«Il mio sforzo è stato quello insieme ai mie azionisti storici, di fissare una forchetta di prezzo giusta. Personalmente avrei preferito che il titolo salisse gradatamente in parallelo ai risultati dell’azienda. E ad esser sincero le logiche che guidano i prezzi di Borsa non mi sono del tutto familiari…».
Il suo mestiere è il prodotto, dove si comprano 130 milioni di tonnellate di piume l’anno?
«Crediamo molto nella qualità, un piumino deve durare e fare caldo, non compriamo mai piuma cinese. Ordiniamo con due anni di anticipo in tanti paesi come Usa, Canada, Francia, Italia per diversificare il rischio di trovarci a corto di piume di qualità».
E perché gli investitori italiani sono stati trattati come i giapponesi?
«Il Giappone è il nostro secondo mercato e credo che un’azienda debba essere globale e dialogare con tanti consumatori. I giapponesi sono clienti esperti e fedeli e mi sembrava giusto dar loro l’opportunità di diventare anche soci. Poi su quante azioni dare ai piccoli, mi
sono affidato agli advisor…».
Moncler è un marchio francese quotato in Italia, di solito sono le aziende francesi a comprare i brand italiani, come mai?
«Da anni ho un socio italiano, uno francese e uno anglosassone. Non credo nel passaporto del proprietario, ma nella forza e nelle radici del marchio e dei suoi prodotti. Per questo coltivo le radici francesi di Moncler, ma essendo italiano 500 dei mie 1.200 dipendenti lavorano in Italia. Anzi credo che le commistioni di culture, soci, gusti e interessi creino valore, e ho visto tante aziende estere creare in Italia più valore degli italiani. Infine, a parte Renzo Rosso che sta facendo un gran lavoro, rilevando anche marchi emergenti stranieri, non c’è mai stata da parte degli imprenditori italiani la voglia di mettersi insieme per rilevare un pool di brand come hanno fatto Lvmh e Kering».
Qui c’è la metà dei lavoratori ma Moncler non è made in Italy «Anche qui non ne faccio una questione di passaporto ma di qua-lità: la maggior parte delle materie prime è italiana e francese, cuciamo in Italia il 15% e realizziamo il resto in Romania ed est Europa. I nostri ispettori sono sempre in giro a controllare la qualità dei prodotti che sono Made in Moncler».
Il suo stipendio base è 550mila euro, inferiore a 2,1 milioni incassati finora anche grazie anche alle consulenze delle sue società personali, che con l’Ipo cessano di lavorare per Moncler. Quindi avrà presto un aumento?
«Mi piacerebbe saperlo, non ne ho ancora parlato con i miei soci. Deciderà il consiglio, ma preferirei che lo stabilissero loro».

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