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Il sollecito è impugnabile

Il sollecito di pagamento non è un atto tipico impugnabile innanzi al giudice tributario, ma può essere contestato qualora faccia seguito a una cartella di pagamento illegittima e non notificata correttamente. Il ricorso, quindi, non può essere dichiarato inammissibile, perché il contribuente rimarrebbe privo di tutela di fronte a un atto macroscopicamente infondato e sarebbe soggetto all’esecuzione forzata da parte dell’agente della riscossione, il quale potrebbe esperire le azioni cautelari e esecutive.

Lo ha stabilito la Commissione tributaria provinciale di Reggio Calabria (presidente Amodeo; relatore Serranò), seconda sezione, con la sentenza 2498 del 10 giugno 2021.about:blank

Per i giudici reggini, il sollecito di pagamento, pur non rientrando nel novero degli atti impugnabili, è certamente sotteso alla cartella di pagamento «che ne ha legittimato la sua comunicazione al ricorrente» e costituisce il presupposto della procedura esecutiva. Nel caso in esame, però, la cartella era stata notificata in modo del tutto irregolare e non aveva consentito al contribuente di contestarla. Pertanto, qualora venisse dichiarato inammissibile il ricorso contro il sollecito, il contribuente sarebbe «sprovvisto di tutela di fronte ad un atto macroscopicamente illegittimo ed infondato». L’interessato, secondo la commissione, non ha «altra strada per tutelarsi dall’aggressione al proprio patrimonio, che rivolgersi al giudice tributario e fare valere in quella sede le proprie ragioni».

Gli atti tributari sono impugnabili solo per vizi propri. Non si può impugnare un atto successivo se non è stato contestato il provvedimento precedente, purché regolarmente notificato. Il debitore, per esempio, non può fare ricorso contro un’intimazione di pagamento, se non per vizi propri, qualora non abbia proposto impugnazione contro la cartella di pagamento, divenuta definitiva. Ma il contribuente non ha impugnato la cartella di pagamento perché gli era stato impedito dalla mancata notifica. Dunque, era consentito contestare il sollecito di pagamento.

La correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria esige il rispetto della sequenza ordinata di questi atti, affinché possa essere garantito un efficace esercizio del diritto di difesa. L’omissione della notifica dell’atto presupposto dà luogo a un vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale notificato. Del resto l’articolo 19 del decreto legislativo 546/1992, che consente di impugnare l’atto presupposto, non notificato, unitamente all’atto successivo, è posto a tutela del contribuente e non a favore dell’amministrazione creditrice. Questa disposizione, in effetti, che riconosce al contribuente la facoltà di impugnare anche gli atti presupposti non notificati, contiene una clausola di salvaguardia a favore del contribuente. La norma, però, elenca gli atti che possono essere contestati innanzi al giudice tributario. E questi possono essere autonomamente impugnati solo per vizi propri. Costituisce vizio proprio dell’atto successivo, per esempio della cartella o dell’ingiunzione di pagamento, la mancata notifica dell’atto precedente, vale a dire l’avviso di accertamento.

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