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Il sistema creditizio di Cipro nel caos

Le dimissioni annunciate ieri dal presidente di Bank of Cyprus, Andreas Artemi – respinte dalla stessa banca – sono l’ultimo segnale di come la tempesta finanziaria che ha investito il sistema bancario di Cipro non sia ancora passata. E ciò nonostante il piano di salvataggio concordato domenica con la troika (Ue, Fmi, Bce).
In questi giorni a Nicosia si sta alzando la cortina su un’altra vicenda dalle conseguenze potenzialmente pericolose. Tre giorni fa un alto dirigente della Bank of Cyprus ha dichiarato al quotidiano cipriota Cyprus Mail: «La scelta a cui ci ha messo davanti la troika è se andare in bancarotta oggi, oppure entro un mese».
Il maggiore istituto di credito del Paese, in cui sono confluite le attività in bonis della Popular Bank (Laiki) e i suoi depositi sotto i 100mila euro – garantiti – e altri altri asset non ancora specificati, non sarebbe al sicuro. Bank of Cyprus dovrebbe infatti accollarsi anche il debito contratto dalla Laiki con la Bce, 9 miliardi di euro. Gli assets buoni che facevano parte di Laiki, la seconda banca cipriota, ormai in via di liquidazione, sono stati valutati dalla troika in circa 7 miliardi di euro, scrive il Cyprus Mail. Ma ci sarebbero anche 9 miliardi di debito che Laiki aveva ottenuto mediante l’Emergency liquidity assistance (Ela) e che doveva corrispondere alla Bce. «Se ci accolliamo un ulteriorore debito di diversi miliardi avremo bisogno di affrontare una ristrutturazione nel giro di un mese, perché i numeri non quadrano» ha continuato il dirigente della Bank of Cyprus.
«La troika – continua il quotidiano cipriota – si è finora rifiutata di discutere la crescente preoccupazione riguardo ai 9 miliardi di euro che l’Ela ha prestato alla Banca centrale di Cipro, la quale ha poi passato il denaro a Laiki negli ultimi 10 mesi». La liquidità di emergenza viene fornita dalla Bce alle Banche centrali di ogni Paese che la girano alle banche commerciali in difficoltà dietro garanzia di collaterali. Nel caso di Laiki, la Banca centrale di Cipro ha accettato come collaterali, tra l’altro, anche 1,8 miliardi di euro relativi ad azioni emesse a favore del Governo in occasione del finanziamento effettuato dallo stesso Governo lo scorso maggio. Azioni che ormai sono “junk”.
Il lavoro che si assumerà il nuovo commissario di Bank of Cypros, Dinos Christofrides, si preannuncia pieno di insidie. Anche perché l’agenzia Fitch ha declassato a un livello equivalente all’insolvenza Bank of Cyprus e Laiki. Intanto la banca ellenica Piraeus Bank ha siglato un accordo per l’acquisizione delle filiali greche dei tre maggiori istituti ciprioti, per 524 milioni di euro. Un’operazione finalizzata a mettere i fondi depositati presso le tre filiali – il 10% circa del mercato del credito greco – al riparo dai prelievi forzosi. Prelievi che, secondo il governatore della Banca centrale e il ministro delle Finanze, potrebbe arrivare al 40 per cento.
All’undicesimo giorno di chiusura delle banche tra i ciprioti si sta diffondendo una crescente sfiducia. Ormai molti ammettono che, se potessero, trasferirebbero subito i depositi in banche all’estero, o li porterebbero a casa. Ma non possono. E non potranno farlo per diversi giorni, se non settimane. Le restrizioni alle transazioni bancarie che entreranno in vigore il giorno di apertura delle banche, forse domani, per quanto ancora imprecise, sono state disegnate proprio per evitare la fuga di capitali. Sembra che prevedano anche limiti alle esportazioni di euro e il divieto su operazioni mediante assegni.
Lo scontento è diffuso. Al grido “Giù le mani da Cipro” migliaia di studenti hanno protestato davanti al palazzo presidenziale. Una rabbia che potrebbe gonfiarsi ulteriormente se fosse confermata la denuncia del quotidiano Alithia: la tassazione su depositi sarebbe stata approvata durante un incontro avvenuto lo scorso marzo tra l’ex presidente Demetris Christofias e un team della troika. E tenuta nascosta.

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