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Il Senato taglia i deputati diventano 508, eletti a 21 anni

ROMA — I deputati saranno 508. Compresi quelli eletti all’estero. E per essere eletti alla Camera basterà aver 21 anni. Fra piroette, distinguo e ripicche, il Senato ieri ha rovesciato quello che aveva deciso mercoledì: ha votato subito il “taglio” degli inquilini di Montecitorio. Rimandando, invece, in commissione il Senato federale e gli emendamenti sul semipresidenzialismo.
Una decisione presa da Renato Schifani che usa le sue prerogative e impone di ricominciare a discutere delle cose controverse in sede ristretta, E chiede di tornare in aula il 27 giugno con qualcosa di definito. Così viene archiviato, per il momento, lo scambio fa Lega e Pdl su Senato federale e semipresidenzialismo.
E il costituzionalista democratico Stefano Ceccanti assicura che il “baratto” non ci sarà. Perché «dalla commissione uscirà una nuova proposta sul Senato federale». Magari concordata con i leghisti.
Nella scelta di Schifani pesa molto il durissimo attacco mossogli in aula da Anna Finocchiaro, per niente convinta della decisione di dichiarare ammissibili gli emendamenti del Pdl. «Francamente ritengo dice il capogruppo del Pd – che in questa vicenda lei non sia stato né garante politico, venendo meno a quell’impegno e a quella promessa, e neanche garante sotto il profilo di quella funzione notarile cui lei spesso si richiama». Un intervento concluso con l’annuncio di «atteggiamenti di non partecipazione a quello che noi consideriamo un affronto inutile». Un no che impedirebbe di raggiungere il quorum dei due terzi, affossando tutto.
Schifani, replica di «non essere il segretario politico di un partito, non impongo scelte politiche che non mi competono». Alla fine l’attacco conta. Ma pesa molto di più il malessere che serpeggia nel Pdl, esternato ieri da Giuseppe Saro. Etichettato come “vicino a Pisanu”. E che dice Saro? «Ma come si fa prima a fare un accordo da una parte e poi pensare di venire in aula e far passare con una maggioranza diversa un altro schema di riforma che mette in discussione l’accordo fatto?».
Argomenti che fanno venire meno nei vertici del Pdl alcune certezze. Maurizio Gasparri, guarda l’aula e capisce che c’è il rischio di andare sotto. Dunque, spiega ai suoi il capogruppo, a causa di assenze non previste e non avendo i numeri, abbiamo deciso di arretrare, dando il via libera al rinvio.
Schifani a questo punto chiede di votare subito sul taglio dei deputati. Imponendo tempi strettissimi, un minuto a testa, sollevando le proteste di radicali, leghisti e dipietristi. Alla fine i sì sono 212, i contrari 11 e gli astenuti 27. Ovvero i leghisti. Ma al Senato l’astensione è considerato un voto contro. Gli uomini del Carroccio giustificano la scelta con il no incassato alla loro proposta di dimezzamento dei deputati. Alfano invece esulta e invita adesso a procedere sulla legge elettorale. Alla Camera osservano e Pino Pisicchio ironizza: «Attendiamo puntuale e sollecita decurtazione anche nella rappresentanza dei senatori».

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