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«Il salone è per tutti» (ogni anno e in fiera)

E allora, presidente, ci racconta i tre mesi più difficili della Federlegno-Arredo? La primavera del malessere degli industriali del mobile che stava per far saltare l’edizione 2021 del Salone? Claudio Feltrin è un imprenditore veneto con i piedi ben piantati a terra. Possiede un’azienda di successo, la Arper, presente nel business del contract e la sua nomina alla guida degli industriali del legno e del design non poteva avere uno stress test più impegnativo di quello legato alla contestata calendarizzazione del Salone. «Le rispondo francamente — esordisce Feltrin — fatico ad abbinare la parola “malessere” alla storia recente del Salone. Se riavvolgiamo il nastro e torniamo al 2019 uscivamo da 4-5 edizioni record della fiera e il 2020 si prefigurava come un altro anno di record. Uscendo da tutti questi successi porre all’ordine del giorno un cambiamento di format sarebbe stato uno sbaglio».

Mai nessuno, dunque, aveva contestato la formula del Salone?

«Nessuno si era alzato ad argomentare questa posizione. Qualcuno aveva aperto lo showroom a Milano e aveva rinunciato a venire in Fiera. Casi isolati. Del resto è stato il Salone ad accendere il Fuorisalone, un’idea eccezionale che si è sviluppata fino a rendere la manifestazione milanese unica al mondo. Un Fuorisalone senza Salone semplicemente non esiste, è un binomio storico. E aggiungo che nella mia posizione devo guardare non solo ai grandi ma anche alle piccole e medie imprese che di questa esposizione hanno bisogno come il pane».

Ma è vero o no che dovendo presentare ogni anno 15-20 prodotti nuovi, di cui due terzi destinati a non vendere, il Salone è dispendioso e insieme dispersivo di energie e risorse?

«Non è il Salone che obbliga le aziende a presentare prodotti nuovi, è il mercato che li chiede. E comunque se presenti dieci novità saranno anche solo tre a funzionare sul mercato, ma se ne presenti tre sarà solo mezza. Il Salone è il posto migliore per comunicare con l’opinione pubblica decisamente più attenta di ieri all’innovazione e soprattutto al green. Quindi prima di pensare di chiudere un palcoscenico riconosciuto valido a livello mondiale, tutti avrebbero dovuto pensarci cento volte. E alla fine è andata in questa direzione e il Salone si farà anche nel 2021».

Nell’ambito della sostenibilità del business si può pensare a una cadenza biennale del Salone?

«Sarebbe un autogol perché l’anno vuoto verrebbe riempito, per esempio, da Colonia e magari gli stessi che chiedono la biennalità poi li troveremmo in Germania a esporre. Il mercato è più nervoso di prima, non aspetta 24 mesi, vuole tutto e subito. Amazon vince perché ti porta il prodotto a casa in poche ore. Il consumatore di oggi fa fatica ad attendere e vuole sempre novità».

Tra i grandi c’è chi sostiene che si potrebbero tagliare i costi esponendo negli showroom come fa l’industria della moda, senza andare in Fiera.

«Ma si spacca la filiera, si indeboliscono le piccole e medie e i terzisti. E se spariscono gli artigiani è un danno anche per i grandi. Il sistema Italia funziona per la perfetta integrazione grandi-piccoli-designer, se si tocca questo modello ognuno va per conto suo e la somma non fa 100. Lo dimostra proprio la moda. Si sono salvati pochi marchi e gli altri soffrono. E comunque è un business diverso, ha velocità e stagionalità differenti».

Avremo per la prima volta un presidente donna alla testa del Salone?

«Posso dirle che sceglieremo un presidente inconsueto, che darà un bel segno di rinnovamento. E personalmente potrò tornare a dedicarmi a tempo pieno alla FederlegnoArredo».

Che edizione ci aspetta a settembre? Si parla di esporre solo mobili in verticale e non in orizzontale.

«Un’edizione di presenza e ripartenza, fuori dagli schemi. Il nuovo format è stato elaborato in tempi brevi, non avrà la stessa copertura di spazi e nemmeno la stessa mole di investimenti ma il progetto di Stefano Boeri ci consentirà di non saltare un giro e di sperimentare qualcosa che forse ci servirà anche quando riprenderà la normale periodicità del Salone. Quella del verticale è una delle opzioni: può sembrare una provocazione ma non lo è».

Finora hanno aderito tutti i grandi ad eccezione di Cappellini.

«Le grandi aziende, quelle da scudetto per dirla con una battuta, ci saranno tutte. Con Cappellini stiamo ancora parlando e sono ottimista. Sarà una vittoria di tutti, di chi ha tirato dritto e di chi ha manifestato con onestà intellettuale i suoi legittimi dubbi. Gli ultimi sei mesi della mia vita mi sono pesati come 3 anni e ringrazio le istituzioni che ci hanno dato supporto e slancio».

Si potranno davvero acquistare i prodotti durante la manifestazione di settembre?

«Sì, ma in maniera ordinata. Con un QR code e lo smartphone sarà possibile passando dalla nuova piattaforma del Salone (che sarà presentata mercoledì 30, ndr) contattare le aziende per ricevere tutte le informazioni e poi, tramite i rivenditori, avverrà il delivery. Non saltiamo nessun passaggio e nessun anello della filiera».

Comunque anche se avremo firmato la Sacra Pax del divano arriveranno pochi buyer stranieri.

«Gli alberghi stanno facendo il pieno di prenotazioni, arriveranno dealer da tutta Europa e confidiamo che alla fine vengano anche dagli States con voli diretti e green pass. Solo l’Asia sarà costretta a disertare».

Al di là del Salone quali segnali le arrivano dal mercato?

«Nel 2021 il primo trimestre abbiamo registrato un +10% sul 2019. Il made in Italy è atteso però a una prova impegnativa: risalire verso l’alto di gamma, spiegare la qualità che c’è dietro il prezzo e aggiungere al prodotto una quota sempre maggiore di servizio».

Nell’export extra-Ue restiamo forti.

«Certo, ma non vivremo sugli allori. La priorità è la Cina, al netto di tutte le valutazioni geopolitiche. I cinesi apprezzano il lusso e crescono nei consumi a ritmi più elevati rispetto agli Usa».

Si aspetta da un mese all’altro che Amazon annunci la decisione di creare una private label con cui brandizzare i prodotti messi in vendita sulla piattaforma. Rappresenta un pericolo per i nostri Piccoli?

«Non credo, forse si deve preoccupare più Ikea. E per certi versi per le Pmi Amazon può essere più un’opportunità che un rischio».

Chiudiamo con il prezzo del legno. Che previsioni può fare?

«Per noi che dipendiamo all’80% dalle importazioni è un problema serissimo. Penso però che la fiammata si riassorbirà forse prima delle ferie, anche se una traccia sui prezzi la lascerà. Purtroppo in Italia manca una gestione forestale sostenibile che sia diffusa ed efficace. Siamo però bravi nel riciclo. Il 98% dei pannelli che usiamo nel mobile ora viene da lì».

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