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Il rumore dev’essere tollerabile

I rumori in condominio sono accettabili nei limiti della normale tollerabilità, un concetto elastico che deve essere interpretato volta per volta in relazione alla reale situazione ambientale in cui si verifica l’immissione rumorosa. Lo ha ribadito la terza sezione civile della Corte di cassazione con la recente sentenza n. 9434 dello scorso 11 giugno 2012, con la quale i genitori di due studentesse del conservatorio sono stati condannati a vigilare che il pianoforte venisse suonato soltanto in alcune ore della giornata e hanno dovuto risarcire il danno subito dai vicini nella misura di circa 2.500,00 annui, importo liquidato in via equitativa.

Il caso.

Nella specie una coppia di condomini aveva citato in giudizio i vicini lamentando che le rispettive figlie passassero la giornata a casa a studiare pianoforte, causando quindi loro un forte disagio. Gli stessi chiedevano pertanto che il giudice ordinasse a questi ultimi di eseguire opere di insonorizzazione del relativo appartamento o di cessare dall’uso del pianoforte o, quantomeno, di limitarlo a determinate ore del giorno, provvedendo comunque a risarcire i danni biologici e morali del nucleo familiare, nonché i danni patrimoniali subiti dal capofamiglia, che svolgeva attività professionale in uno dei locali dell’appartamento. I genitori delle studentesse del conservatorio si erano quindi costituiti in giudizio eccependo l’infondatezza delle domande avversarie. Nel corso del processo erano quindi stati disposti numerosi sopralluoghi e consulenze tecniche per accertare il grado di rumorosità dell’ambiente e se lo stesso superasse o meno la soglia della normale tollerabilità. All’esito del giudizio il tribunale aveva ordinato ai convenuti di consentire che il pianoforte venisse suonato soltanto in determinate ore della giornata e li aveva condannati al risarcimento del danno, quantificato nella somma di 2.500,00 annui, con compensazione delle spese relative alle costose consulenze tecniche espletate nel corso del procedimento. La sentenza in questione aveva però scontentato entrambi i litiganti, con la conseguenza che tutti avevano dunque proposto appello contro di essa. I due procedimenti di impugnazione erano stati riuniti e la Corte di appello aveva confermato la decisione di primo grado, incrementando anzi l’importo del danno liquidato dal tribunale. Le parti, sempre più agguerrite, si erano quindi ulteriormente sfidate in Cassazione presentando ricorsi e controricorsi con i quali si dolevano di parecchi aspetti della decisione di secondo grado.

La sentenza della Suprema corte. I giudici di legittimità, nel confermare sostanzialmente la sentenza appellata, hanno in primo luogo chiarito come il problema delle immissioni sia disciplinato dall’art. 844 del codice civile, il quale assegna al vicino il diritto di opporsi al proprietario confinante solo nel caso in cui l’attività da questi esercitata superi la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alle condizioni dei luoghi. La norma in questione, necessariamente elastica, fissa quindi un principio generale valevole per tutte le ipotesi di immissioni (rumore, fumo, odori ecc.), lasciando all’interprete il compito di valutare caso per caso quando la condotta di un soggetto nell’ambito della sua proprietà possa essere o meno ritenuta fastidiosa per il vicino, facoltizzando quindi quest’ultimo ad attivarsi presso le pubbliche autorità per fare in modo che cessi il comportamento illegittimo. Nell’effettuare questo controllo, come chiarito dalla Cassazione, il giudice può avvalersi del supporto di tecnici attraverso la richiesta d’ufficio di specifiche consulenze e può anche fare riferimento, limitatamente alla liquidazione del danno, ai criteri fissati dal dpcm del 1° marzo 1991 (in materia di limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell’ambiente esterno), che, seppure relativo ai rapporti tra privati e pubblica amministrazione, può risultare un valido strumento orientativo.

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