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Torino punta sul reshoring e si candida come area di attrazione degli investimenti di ritorno

Torino adesso punta sul reshoring e si candida come area di attrazione degli investimenti di ritorno. Le trasformazioni delle capitali della manifattura costituiscono un tema-chiave dell’Europa di oggi e la città della Mole ha accumulato una discreta esperienza per uscire dalla monocultura dell’auto e individuare un mix economico più largo, in cui convivessero attività tradizionali, fabbriche intelligenti e nuovo terziario. Ora l’attenzione si sposta sul made in Italy individuato come leva di politica industriale e il passaggio successivo è il ritorno a casa di intere lavorazioni o pezzi della catena di fornitura. 
In genere di reshoring se ne discute in seminari a partecipazione ridotta, oggi invece l’Unione Industriale di Torino ne fa il tema qualificante dell’assemblea annuale che si terrà nello stabilimento Alenia di Caselle, aperta dal presidente Licia Mattioli e chiusa da Giorgio Squinzi. Si ragionerà a partire da due contributi, uno di Kpmg e uno di Efeso, e dall’esame di cinque casi aziendali di grande peso come Fca, Fiamm, Asdomar, Prada e L’Oreal. Si va dal reimpatrio della produzione di Panda dalla Polonia a Pomigliano, della lavorazione del tonno dal Portogallo in Sardegna, di shampoo sempre dalla Polonia a Settimo Torinese e di batterie per auto dalla Repubblica Ceca in Abruzzo.
Secondo un sondaggio compiuto dai consulenti di Efeso su un campione di aziende torinesi il 21% ha riportato negli ultimi anni in Italia attività produttive o acquisti e la motivazione principale della scelta è stato in primo luogo «l’incremento del livello di servizio richiesto dal mercato». Al secondo posto «la necessità di sviluppare nuovi prodotti più velocemente e con maggiore affidabilità», seguito da «l’incremento del livello di qualità richiesto dal mercato». In definitiva, dunque, è la forza delle filiere produttive, la loro integrazione con la casa madre, la capacità di progettare congiuntamente, a suggerire operazioni di reshoring con l’obiettivo di posizionarsi meglio nella competizione globale. Ovviamente ci sono anche altre considerazioni di business come la protezione della proprietà intellettuale, che in Paesi come ad esempio la Cina risulta ardua, o l’aumento dei costi logistici dovuti alla struttura offshore . Queste considerazioni, almeno per il 21% degli intervistati, superano inconvenienti e diseconomie che pure il reshoring comporta: al primo posto difficoltà di accesso al mercato estero seguita dalla ridotta convenienza economica (l’ondata delle delocalizzazioni era partita per mitigare il costo del lavoro). L’arbitraggio tra vantaggi e svantaggi è ancora in bilico nella cultura delle imprese tanto che, sempre nell’indagine Efeso, solo un 8% dichiara esplicitamente di voler fare a breve reshoring di attività mentre il 15% lo circoscrive agli acquisti. Naturalmente se le opzioni dei singoli imprenditori incontrassero una policy pro-reimpatrio sarebbe tutto più facile, finora in Italia si è proceduto in ordine sparso o si sono mobilitate singole amministrazioni. L’esempio da imitare, viene stavolta da un Paese con grandi tradizioni liberiste: l’Inghilterra. Il governo Cameron ha avviato il Reshore Uk Act per attrarre investimenti di ritorno dal 2011.
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