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Il risparmio che cambia «Far studiare i figli, poi la casa»

Casa addio, ora gli italiani risparmiano per i figli. Se rimaniamo un popolo previdente e abbiamo come primo scopo dell’accantonare soldi il cautelarci dagli imprevisti, le sorprese — emerse dalla «Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani» del Centro Einaudi e di Intesa Sanpaolo presentata ieri a Torino — vengono dalla seconda motivazione più importante: quest’anno, per la prima volta dal 2012, tornano a essere i figli, con una percentuale mai raggiunta finora. Se il 48% degli intervistati mette da parte per i casi sfortunati della vita, oggi il 23% lo fa pensando al futuro dei figli e soltanto il 9% per la casa, in quarta posizione dopo il risparmio per la vecchiaia (19%). «Il risparmio è precauzionale, perché rimane un sentimento di incertezza — ha commentato Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo —. Se così non fosse, le famiglie risparmierebbero di meno e spenderebbero di più. Invece hanno ridotto i consumi nel tempo libero, nella sanità, negli aiuti domestici e nell’acquisto di una casa, ma hanno preservato l’istruzione dei figli». 
Pagare gli studi
Ed è qui un altro elemento di novità. La classe media, che costituisce il focus dell’indagine di quest’anno basata su interviste effettuate da Doxa fra gennaio e febbraio, sta mettendo da parte i soldi prevalentemente per pagare gli studi ai figli anche all’estero (26%). Questo accade perché cambiano le aspettative sul futuro. «Il ceto medio è comunque in crisi e denuncia il blocco dell’ascensore sociale», ha detto Salvatore Carrubba, presidente del Centro Einaudi.
Nel 2015 le famiglie italiane della classe media sono il 38,5% del totale, in calo rispetto al 57,1% rilevato nel campione del 2007, prima dello scoppio della crisi. Durante la crisi del 2007-2014 circa 3 milioni di famiglie hanno perso l’ancoraggio economico che li legava alla classe media. I genitori presagiscono tempi non semplici per i figli, che saranno in vantaggio su di loro solo riguardo alla facilità di studiare. «L’investimento nei figli va anche a favore della collettività», ha fatto notare Gian Maria Gros Pietro, presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo. Così, gli italiani abbandonano il mattone. «Con l’aumento del costo degli immobili, gli italiani sono poco soddisfatti dell’acquisto di una casa», ha commentato il direttore del Centro Einaudi e curatore dell’indagine Giuseppe Russo, riferendosi alla tassazione.
Più bond che azioni
Dove mettono i soldi gli italiani? Cresce il risparmio gestito. Negli ultimi due anni la percentuale degli investitori è passata dal 9 al 12 per cento. E come scelta di allocazione delle risorse predominano le obbligazioni a scapito della Borsa. Sono ancora pochi quanti investono nelle società quotate. Sul fronte del mercato azionario gli italiani, forse provati dalla variabilità dello scenario macroeconomico, negli ultimi anni hanno acquisito un atteggiamento sempre più prudente: se nel 2012 il 12,5% degli intervistati dichiarava di aver comprato o venduto azioni nel corso degli ultimi cinque anni, nel 2015 la percentuale scende al 7,5%. E il primo motivo è il timore di perdere il capitale. «Tra possesso diretto o indiretto, gli italiani detengono il 18% di Piazza Affari, mentre gli stranieri il 42 per cento», precisa De Felice. Insomma, sono gli stranieri a credere di più nella ripresa dell’economia italiana e a guardare il rendimento della Borsa Italiana da inizio anno (+26%, miglior piazza d’Europa) hanno avuto ragione.
Salgono i risparmiatori
In ogni caso, sono sempre di più le famiglie italiane tornate a risparmiare. Nel 2015 sono il 43,7%, vale a dire il 3% in più rispetto all’anno scorso e il 5% in più rispetto al 2012. Scende ancora (al 51,5%, da un picco del 56% nel 2013) la quota delle famiglie che negli ultimi tre anni sono state costrette ad abbassare il tenore di vita per effetto della riduzione dei mezzi finanziari. Quanto al reddito, l’indagine conferma che si è quasi arrestata la tendenza a dichiararlo in calo rispetto alle necessità del tenore di vita. Scende dal 40,7% al 39,3% la quota di quanti dicono di aver intaccato i risparmi per effetto della crisi. Aumenta però ancora, tra il 2014 e il 2015, la percentuale di coloro che segnalano un reddito «appena sufficiente». In altri termini, si registra nel 2014 un piccolo aumento della porzione del campione in difficoltà ad arrivare alla fine del mese .

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