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Il risiko delle Popolari con sconto sul valore

Banco Popolare: 1.945 miliardi; Veneto Banca: 968 milioni; Popolare di Vicenza: 758 milioni. Totale: 3.671 milioni di euro. È il bilancio in rosso delle tre principali banche popolari del Nordest alla fine del 2014. Quasi quattro miliardi di perdite. Sicuramente sui conti ha influito la severità della Banca centrale europea, che nessuno immaginava così intransigente come invece è, ma l’entità della perdita è tale da legittimare anche una serie di altre considerazioni, soprattutto tenendo presente che il territorio d’elezione di questi tre istituti di credito è tra i più dinamici dal punto di vista imprenditoriale della Penisola, inoltre, particolarmente votato all’export. 
Allora, cosa non ha funzionato? Se lo chiedono in molti, soprattutto tra gli azionisti, rimasti anche quest’anno a secco di dividendi e anzi, tra Vicenza e Montebelluna, con un’amara sorpresa in più. Sulla via della trasformazione, imposta per legge, della forma sociale da banca mutua cooperativa a società per azioni, Veneto e Vicenza si sono dovute misurare con il valore delle loro azioni, smisurato rispetto a quanto le valuta il mercato. Così la scorsa settimana, con decisione in evidente sintonia, entrambe hanno svalutato il valore dei rispettivi titoli di oltre il 20 per cento, portandolo a 30,5 euro per la Veneto (da 39,5) e a 48 euro per la Vicenza (da 62,5). Un passo verso il mercato, si è detto. Ma anche un passo verso la verità, ancora nascosta da mille arzigogoli. Ad esempio, ci si ostina a parlare di valore, non di prezzo azionario, eppure il concetto a cui si viene ricondotti è il medesimo. La sostanza è la stessa. Chi ha investito nelle azioni di quelle popolari un anno fa, quando gli istituti batterono cassa a suon di aumenti di capitale in vista dell’arrivo della vigilanza bancaria europea, ha visto in una notte evaporare più del venti per cento dei propri risparmi. Peraltro, ancora pesantemente illiquidi. Perché una cosa è certa, oggi vendere azioni di popolari non quotate è estremamente complesso. Chi compera e, soprattutto, a quale prezzo?
Secondo analisti del mercato bancario il valore delle azioni di Veneto e Vicenza è ancora molto al di sopra dell’effettivo livello. Si stima un rapporto rispetto al patrimonio proprio uguale o superiore a 1,2, ovvero sugli stessi livelli dei migliori istituti italiani, come Intesa Sanpaolo e Unicredit. Troppo, secondo alcuni esperti. Sabato scorso, alla Fiera di Vicenza, in occasione dell’assemblea guidata dal presidente Gianni Zonin, i malumori non sono mancati. Lo stesso è lecito attendersi sabato prossimo, quando, a Volpago del Montello, sarà Francesco Favotto a dover domare i malumori. In mezzo ci sono circa 200 mila azionisti (quasi 90 mila per la Veneto, oltre 100 mila per la Vicenza), a cui si sta presentando un conto salatissimo.
Meglio è andata a Carlo Fratta Pasini, che sabato scorso a Novara ha licenziato l’ennesimo bilancio in rosso del suo gruppo, ma che almeno è riuscito a dare qualche soddisfazione borsistica ai soci azionisti del Banco. Ai quali, adesso, potrebbe presentarsi qualche ghiotta occasione per crescere ancora sul piano dimensionale. Che ci sia necessità di integrare le attività di molte banche piccole e medie appare evidente a tanti osservatori. Nel Nordest più che altrove.

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