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Il rischio distorsivo della Tobin tax in versione italiana

I tedeschi l’hanno rinviata al 2016. I francesi che l’hanno appena adottata – col risultato di volumi in calo e gettito modesto – stanno già pensando di cambiarla. Da noi la Tobin tax entrerà in vigore a rate: il 1° marzo sugli scambi azionari, il 1° luglio sui derivati. Il risultato è che per quattro mesi i grandi intermediari avranno modo di mettere in pratica, senza freni, le formule per aggirare l’imposizione che si basano sui derivati nei cosiddetti “contracts for difference” già sperimentati in Francia. Ma anche dopo, con il minimo costo consentito dal tetto alla tassazione sui derivati, sarà possibile a chi è in grado di muovere ingenti capitali limitare i “danni” derivanti dalla Tobin tax. Il problema è che si innescheranno però distorsioni nel funzionamento del mercato, senza ratio che non sia quella dell’evitare il Fisco.
Ma, soprattutto, è il messaggio che arriva dalla nuova tassa a essere “distorto”. Originariamente la Tobin tax era nata per colpire la speculazione sui cambi. Ma nella traduzione in italiano si colpiranno solo le azioni e i derivati sulle azioni, senza disporre degli strumenti idonei per incidere sulla speculazione.
Dall’ultima indagine condotta da R&S-Mediobanca sui bilanci delle prime venti banche europee, emerge che a fine 2011 il 97% dei derivati in portafoglio (complessivamente 5.854 miliardi, più della metà del Pil dell’eurozona) era di natura “speculativa”. Più cauti i due istituti italiani del campione, con percentuali di derivati a scopi di copertura che arrivano al 20% nel caso di Intesa-Sanpaolo e del 14% nel caso di UniCredit, ma resta il fatto che per lo più, anche per le big tricolori, l’utilizzo è prevalentemente speculativo. Nella top 20 delle banche continentali, per i due terzi i derivati sono sui tassi d’interesse, ma 450 miliardi risultavano puntati sul merito di credito, 670 sui cambi.
Con un ambito di applicazione della Tobin tax limitata al solo ambito azionario, chi vorrà invece scommettere per esempio contro il merito di credito dell’Italia potrà continuare a farlo allegramente: i credit default swap non rientrano nel radar della nuova tassazione. In compenso, sebbene il provvedimento si proponga di ricavare 800 milioni di gettito all’anno sugli scambi azionari over the counter – la parte meno “trasparente” delle negoziazioni – non ci sarà modo di catturare i “contribuenti” che realizzino negoziazioni estero su estero. Sarebbe come pretendere che il Fisco italiano riesca a far pagare un’imposta a chi consuma la pizza nei ristoranti di New York o di Singapore.
E in Borsa – nella Borsa “ufficiale” che non gode più del principio di concentrazione degli scambi – a pagare saranno di fatto solo i cassettisti e gli investitori istituzionali di lungo termine, la parte del mercato che sarebbe invece più meritevole di considerazione. Esente infatti la speculazione, spicciola o organizzata, che opera in modo da chiudere le posizioni in giornata, comprando e rivendendo nel corso della seduta. È vero che saranno esenti gli scambi sulle quotate con capitalizzazione fino ai 500 milioni, ma in un mercato dove i volumi sono destinati a prosciugarsi, perché i grandi intermediari cercheranno altri canali, anche le piccole e medie aziende soffriranno. Gli intermediari specialisti sull’azionario italiano finiranno fuori mercato perché le transazioni costeranno più del doppio – al 7 per mille di commissioni applicate, si aggiungerà il 10 per mille della tassa – mettendo a rischio 7-8mila posti di lavoro.
Ci sono voluti anni per costruire, dalla privatizzazione in avanti, una Borsa che, pur con il relativo handicap delle dimensioni, era additata, insieme con i suoi derivati, come modello di efficienza e liquidità in tutta Europa. Basterà poco per mettere a repentaglio tutti i progressi fatti. Per il nuovo Governo che verrà la Tobin tax non sarà probabilmente una priorità, ma forse sarebbe meglio intervenire prima che i danni diventino irrimediabili.

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