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Il rischio di contagio e le difese italiane

I titoli di Stato greci triennali sono schizzati ieri oltre il 10% con un salto di 112 punti (1,12%). Il BTp triennale ha aperto allo 0,774% e chiuso a 0,796% con un rialzo di 2 punti. Per ora il contagio tra la Grecia e l’Italia, se c’è stato, è stato impercettibile. La fuga dai bond greci, innescata principalmente dalla chiusura di posizioni speculative degli «hedge » si è scontrata con una totale mancanza di liquidità sui titoli greci.

La volatilità di conseguenza è stata fortemente amplificata: crollo dei prezzi e rendimenti alle stelle. Non si può dire lo stesso per i BTp, che si sono mossi in maniera minima. Il default o l’uscita dall’euro della Grecia per i mercati non sono scenari replicabili dall’Italia.
L’escalation della crisi politica greca, che per i detentori dei bond di Atene potrebbe trasformarsi in tragedia nella peggiore delle ipotesi passando dalla sospensione del programma di aiuti alla ristrutturazione del debito e in caso estremo all’uscita del Paese dall’Eurozona, non è estendibile all’Italia, terzo Pil in Europa e terzo debito pubblico al mondo. Sebbene la sostenibilità dei conti pubblici italiani sia incrinata dalla recessione e dal rischio di deflazione, l’Italia resta saldamente e doppiamente protetta dalle OMTs (la possibilità di acquisti da parte della Bce di titoli di Stato del Paese che richiede e ottiene aiuto esterno all’Esm) e dalle aspettative del Qe (acquisti di titoli di Stato in euro da parte della Bce per riportare l’inflazione vicina al target del 2% o poco sotto). L’Italia oltretutto non ha ancora utilizzato la carta degli aiuti esterni dell’Esm, nè quella della linea di credito precauzionale (che si apre senza utilizzo a scopo preventivo): due strumenti pronti all’uso, in caso di emergenza. Un’uscita dell’Italia dall’Eurozona, infine, a differenza della Grecia, avrebbe un effetto estremamente destabilizzante e sistemico non soltanto per il futuro dell’euro ma per la crescita globale e la tenuta del sistema bancario mondiale.
Il caso greco anche ieri ha comunque tenuto banco. Le ultime richieste della troika ad Atene – prima di dare il via libera all’ultima tranche di aiuti del piano di salvataggio che doveva terminare al 31 dicembre ed invece ha avuto una proroga tecnica di altri due mesi – sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il governo Samaras ha rifiutato di dare l’assenso all’aumento dell’Iva e dell’età pensionabile per recuperare appena 2,5 miliardi di euro nel 2015. Briciole di fronte alla montagna di 240 miliardi di aiuti complessivi finora elargiti e ai 100 miliardi di perdite sui bond ellenici detenuti dai privati in seguito all’haircut deciso a Bruxelles nel 2012. Ma se Antonis Samaras non riuscirà ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica a dicembre con 180 voti su 300 consegnerà il paese al leader della sinistra radicale Syriza, Alexis Tsipras che con il 30% dei voti ha tra i 3-6 punti percentuali di vantaggio nei sondaggi su Nea Dimokratia, il partito di maggioranza.
Syriza chiederà alla troika di ridurre le politiche di austerità, di convocare una conferenza europea per ristrutturare il debito pubblico greco del 70-80% del suo valore. Un pericoloso precedente che avrebbe ripercussioni in Spagna, Italia e Francia perché il taglio del debito è un evento finora sempre evitato ed espressamente vietato dai Trattati. Se Tsipras non ottenesse nulla, nemmeno sul fronte del congelamento del pagamento degli interessi del debito pari a 7 miliardi di euro all’anno, allora potrebbe decidere di uscire dall’euro anche se il leader di Syriza dice sempre di non volerlo fare. Anzi Tsipras ricorda che nel 1952 fu proprio la Germania a ottenere dagli Alleati uno sconto sul debito che gli consentì di ripartire e dare inizio al cosiddetto “Miracolo economico” tedesco del dopoguerra.
La sfida di Syriza alle politiche di austerità potrebbe coinvolgere tutti i Paesi euro con alto debito, in primo luogo l’Italia, e i Paesi in deficit di competitività, come la Spagna e la Francia, che in molti indicano come il prossimo “malato d’Europa” sul fronte dei ritardi delle riforme strutturali.
La partita greca si gioca sul via libera tedesco a politiche espansive a livello europeo che non pesi sui bilanci nazionali, sul varo degli eurobond, sull’inizio di un politica fiscale comune sul quantitative easing della Bce. Ecco perché la vicenda greca interessa anche l’Italia: se Atene affonda si rischiano ripercussioni e l’Italia passerebbe al primo posto come maggiore debito pubblico nell’Eurozona. Se Atene la spunta, convincendo Bruxelles che una cura da cavallo fatta solo di austerità e sacrifici non è sostenibile all’infinito, allora si aprirebbero spazi di manovra e un po’ di respiro anche per gli altri Paesi sotto esame fra cui il nostro. Non a caso ieri il vicepremier responsabile per l’economia e segretario del Pasok, Evangelos Venizelos, è volato a Berlino per incontrare il suo collega tedesco Wolfgang Schaeuble.
Ancora una volta Atene, come nel voto del 2012, avrà nelle sue mani il destino dell’Eurozona. E pensare che Andreas Papandreou, il leader del Pasok, quando vinse le elezioni negli Anni 80 aveva promesso di lasciare Atene fuori dall’Unione europea. Una volta vinte le elezioni cambiò idea e portò il paese nella Ue. Ora tocca ancora ad Atene decidere il suo destino e quello europeo.
I programmi di aiuti dell’Efsf/Esm sono molto rigidi e quindi anche politicamente difficili da digerire. Il numero uno dell’Esm, Klaus Regling, non si stanca di ripetere che ogni tranche di aiuti viene preceduta dalla verifica scrupolosa da parte della troika del rispetto delle condizioni sottoscritte dal Paese aiutato. È un controllo molto stringente: se qualche misura viene disattesa, la tranche di aiuti slitta. E questo si è verificato puntualmente con la Grecia. I mercati, però, non sono entrati ancora in questo grado di dettaglio: neanche ieri, nonostante il sell-off sulla Grecia amplificato dalla scarsissima liquidità (gli aiuti dall’Esm fanno sì che i titoli di Stato in scadenza non siano sostituiti con aste di nuovi titoli e questo rende molto sottile lo stock dei titoli in circolazione e drena la liquidità). I prezzi dei bond periferici sono saliti molto nel 2014 e verso fine anno nessuno ha voglia di rischiare i profitti. Si è venduta ieri la Grecia per incassare le plusvalenze oppure per evitare colpi di scena all’inizio del 2015, un’annata già molto carica di punti interrogativi. Il lieve movimento al ribasso dei prezzi dei BTp, tuttavia, ha dato ieri un segnale: che il rally non è impermeabile a qualsiasi evento.
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