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Il rimbalzo delle Borse: Milano + 5%

Le Borse europee respirano dopo sette sedute al ribasso, e più in generale dopo 40 giorni di piena turbolenza, mettendo a segno una giornata di corali rimbalzi. Piazza Affari è stata la protagonista di giornata con un rialzo del Ftse Mib del 5%, ben più sostanzioso del +1,92% dei listini europei (indice Eurostoxx 50).
Un rimbalzo che in realtà fa luce sui limiti strutturali dell’indice milanese, eccessivamente sbilanciato sui titoli bancari. E per le banche ieri è stata una giornata di forti acquisti, in tutta Europa. L’indice di settore è salito del 6,86% nel Vecchio Continente e dell’11,66% in Italia. Gli acquisti sono partiti da indiscrezioni secondo cui Deutsche Bank (il cui titolo è caduto nei giorni scorsi sui minimi da otto anni sui timori per difficoltà a rimborsare un bond in scadenza ad aprile) starebbe valutando un maxi-piano di riacquisto di bond per frenare le vendite.
Il rimbalzo delle Borse è proseguito nel pomeriggio quando gli investitori hanno potuto ascoltare il governatore della Federal Reserve Janet Yellen. Un discorso tanto atteso – così come si attende con impazienza un intervento della Banca centrale europea dato che il meeting in programma il 10 marzo a questi livelli di volatilità sembra lontano anni luce – in una fase in cui alcuni hanno lamentato il silenzio delle autorità politiche e monetarie durante le fasi di tensione finanziaria.
Il massimo esponente della Fed ha in parte tranquilizzato i mercati, aprendo a qualsiasi azione in caso di necessità. Il succo è che in momenti come quello attuale le ideologie non contano, è più importante avere un atteggiamento pragmatico. Addirittura la Yellen ha in teoria aperto a una clamorosa marcia indietro sui tassi. «Se si rendesse necessario tagliare i tassi di interesse, il comitato di politica monetaria della Fed farebbe ciò che serve per raggiungere gli obiettivi». Tuttavia «non credo che il Fomc si trovi a breve in una posizione in cui si renda necesssario tagliare i tassi».
Il focus quindi si è spostato nel breve non tanto sulla stretta attesa per marzo (e ormai data per cancellata dai mercati) quanto su un’eventuale futuro dietrofront. Non a caso queste parole hanno subito indebolito il dollaro. L’euro è balzato nel corso della giornata da un minimo a 1,116 a 1,126 contro il biglietto verde.
A questo punto la bufera è passata? «È troppo presto per sbilanciarsi – commenta un trader -. Anche perché i volumi del rimbalzo di ieri non sono stati molto elevati. Ma è chiaro che sui fondamentali ci sono diversi titoli a sconto».
Così come per arrestare la tempesta sui bond governativi dell’Eurozona nell’estate 2012 ci volle (e bastò) una frase di Draghi, il famoso “whatever it takes” («la Bce è pronta a fare tutto ciò che è necessario»), ci vorrebbero in questo momento altri due “whatever it takes” per calmare le acque e far sì che gli investitori possano tornare a guardare con più serenità ai fondamentali: uno sulle banche europee e un altro sul petrolio. Le banche europee stanno pagando ancora una volta l’incapacità decisionale (soprattutto nel momento in cui si devono mettere in atto dei meccanismi di solidarietà) dell’Europa. L’aver lanciato a gennaio il bail-in senza aver creato in parallelo un fondo europeo a garanzia dei depositi è una pecca. Che pesa in questa fase in cui i mercati non hanno le idee chiare sulle entità delle sofferenze che le banche europee dovranno svalutare in bilancio. Allo stesso tempo, il fatto che Paesi Opec e non Opec continuino a scontrarsi, piuttosto che creare un accordo sulla riduzione della produzione del petrolio, è un altro elemento di turbolenza che favorisce la speculazione al ribasso sul petrolio e che meriterebbe appunto un altro “whatever it takes”. Solo allora potremo dire di esserci messi il peggio alle spalle.
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