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Una doppia garanzia per rafforzare le bad bank

Ancora una volta Mario Draghi ha placato la tempesta che aveva colpito le banche, non solo italiane, dall’inizio dell’anno. Ma ancora una volta la calma può durare poco se non si sfrutta l’occasione per intervenire rapidamente sulle cause di fondo. Il problema particolare (forse non l’unico, ma certo il più grave) delle banche europee oggi è la grande incertezza sulle effettive condizioni dei prestiti, aggravata dall’entrata in vigore del bail-in. In uno scenario in cui gli azionisti possono essere chiamati a mettere ancora mano al portafoglio per nuovi aumenti di capitale e in cui anche gli obbligazionisti (o i depositanti oltre i 100.000 euro) possono subire perdite nei casi più gravi, non c’è da meravigliarsi se l’incertezza sul valore dell’attivo possa scatenare ogni volta ondate di vendite .
La speculazione può essere fermata solo tagliando l’erba sotto i piedi dei ribassisti, cioè dando finalmente certezza sulla solidità di fondo di un sistema bancario come quello italiano che, non va dimenticato, ha finora retto complessivamente (e meglio di altri) ad una crisi che ha colpito come una carestia biblica: dieci punti persi di Pil e venticinque di produzione industriale non potevano non tradursi in un peggioramento senza precedenti della qualità dei crediti delle banche.
La soluzione della bad bank, cioè del trasferimento dei crediti deteriorati ad un’entità ad hoc (e giuridicamente separata dalle banche) presenta molti vantaggi, ma nel caso italiano ha tre controindicazioni.
La prima è che se ne parla ormai da troppo tempo, mentre interventi di questo tipo richiedono una rapidità napoleonica. Altrimenti, i rumour si susseguono, i sospetti si consolidano e alla fine vale il principio di Voltaire sulle maldicenze: il en restera toujours quelque chose.
Continua pagina 2 Marco OnadoContinua da pagina 1 La seconda controindicazione è che i prezzi di trasferimento dei crediti in sofferenza alla bad bank non devono comportare ulteriori significative perdite alle banche tali da far apparire in lontananza lo spettro di ulteriori ricapitalizzazioni, cioè proprio quello che si vuole evitare. La terza è che il valore di realizzo dei crediti, molti dei quali assistiti da garanzia reale, non è un dato certo, come qualcuno crede, ma una variabile aleatoria, soggetta a mille ipotesi e più incerta delle previsioni meteo. C’è una possibilità che le cose vadano peggio, cioè che la perdita aumenti, ma anche quella opposta di un guadagno che dovrebbe garantire alla bad bank di coprire i costi operativi e finanziari.
Dati questi vincoli, realizzare, come vuole Bruxelles, soluzioni puramente di mercato rischia di sembrare la versione bancaria di Comma 22 del regolamento militare americano di guerra, che suonava: «chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo. Chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo». Come si fa a trovare un prezzo che sia sufficientemente basso da attrarre un operatore di mercato e sufficientemente alto da evitare ulteriori perdite alle banche?
Un contributo importante può venire da una proposta della Luiss (School of European Political Economy) che sarà presentata nei prossimi giorni. Il progetto prevede in sostanza che la banca cedente conceda alla bad bank una garanzia contro ulteriori perdite fino ad un certo limite e che oltre questa scatti una garanzia statale.
Il vantaggio per le banche è evidente: concedendo garanzie in misura tale da intaccare in modo relativamente marginale il surplus di capitale attuale, si tranquillizza il mercato su possibili imminenti aumenti di capitale. Ma soprattutto, se perdite ulteriori dovessero emergere in futuro, queste saranno diluite nel tempo: si evita così il vero spauracchio di queste soluzioni, che è appunto quella dell’emersione di perdite immediate e che magari ex post si rivelano non giustificate. Dal canto suo, la bad bank sopporta comunque un rischio imprenditoriale, che è quello di non valorizzare le attività acquistate ad un punto tale da coprire i costi finanziari ed operativi.
Resta lo scoglio della garanzia statale, che rischia di suscitare reazioni pavloviane a Bruxelles. Ma nello schema la garanzia statale è solo la seconda ruota di scorta del meccanismo perché interviene solo dopo che è stata escussa quella liberamente negoziata fra la singola banca e la bad bank. Dal punto di vista sostanziale, va detto che parlare di soluzioni di mercato alle crisi bancarie è quasi un ossimoro e che si rischia per un principio astratto di rovinare il sistema finanziario di un paese. Tuttavia, il progetto ha una risposta solida in punto di diritto. Gli autori (Carlo Bastasin, Marcello Messori e Stefano Micossi) ricordano che la normativa europea attuale, modificata proprio dopo la crisi finanziaria, consente di considerare compatibili gli aiuti «destinati a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro» e più specificamente ha previsto che si possa derogare alle nuove regole che disciplinano la risoluzione delle banche «qualora l’attuazione di tali misure metta in pericolo la stabilità finanziaria o determini risultati sproporzionati». Se quello che è successo all’intero sistema bancario nelle ultime settimane non è sproporzionato e non minaccia la stabilità finanziaria, non si vede proprio a quale fattispecie si possa applicare la norma.
Gli autori definiscono la proposta “modesta” in omaggio all’autore dei Viaggi di Gulliver, ma il documento merita la massima attenzione in Italia e soprattutto a Bruxelles. Può essere davvero lo strumento per traghettare il sistema bancario italiano fuori dalla crisi più grave del dopoguerra.
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