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Il revival dei bond «spazzatura»

Alla faccia degli effetti collaterali. Per il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke la decisione presa a settembre di impegnare 40 miliardi di dollari al mese in una campagna di acquisti di obbligazioni garantite da mutui aveva l’obiettivo di rivitalizzare l’economia americana mantenendo bassi i tassi di interesse. E, secondariamente, di spingere gli investitori a correre più rischi. Ma anziché ravvivare il mercato azionario (che da allora ha perso centinaia di punti), quel terzo giro di iniezione di liquidità, o quantitative easing, ha alimentato una nuova potenziale bolla speculativa nel settore più rischioso dei prodotti a reddito fisso.
Con i rendimenti offerti da banche, fondi comuni di investimento e buoni del Tesoro ormai piatti da mesi, l’appetito degli investitori americani non si è diretto tanto sui titoli azionari quanto sui junk bond, le obbligazioni-spazzatura. Davanti a rendimenti che arrivano a essere sei, sette o anche otto volte superiori a quelli dei Treasury bond, sono sempre più i risparmiatori che si fanno ammaliare. Tant’è che è stato già battuto il record di junk bond emessi in un anno. All’8 novembre scorso il loro volume totale è stato di 313,39 miliardi dollari. Più del doppio del 2007, l’ultimo anno pieno prima della crisi finanziaria. Con uno straordinario boom – oltre 40 miliardi al mese – a partire proprio da settembre.
«C’è una straordinaria fame di rendimenti migliori», spiega a Il Sole 24 Ore Tim Gramatovich, Chief Investment Officer di Peritus Asset Management. «E ad alimentarla non sono solo fattori ciclici, quali la debolezza della ripresa, ma anche strutturali. Mi riferisco al fatto che il mondo occidentale sta invecchiando e con sempre più anziani e pensionati aumenta la domanda per rendimenti e prodotti a reddito fisso. I buoni del Tesoro non rendono praticamente niente, dunque la gente è tentata dai junk bond. Purtroppo la memoria degli investitori è affetta da quella che io chiamo amnesia selettiva: certe cose preferiscono dimenticarsele».
Gramatovich non pensa che il mercato sia tornato agli eccessi di prima della crisi, ma è comunque preoccupato. «Non vedo le follie di allora. Non si è ancora arrivati agli stessi rapporti di leva finanziaria, quindi allo stesso rischio o ala stessa ingordigia. Insomma, in termini di stupidaggine non siamo ai livelli di prima. Ma se si continua per questa strada, se gli investitori non si frenano, prima o poi qualcuno si brucerà».
Un fatto è già certo: l’attuale ebollizione del mercato dei junk bond sta portando a un deterioramento della qualità di quelle obbligazioni. Lo dicono i numeri forniti a Il Sole 24 Ore dalla società di ricerca finanziaria Dealogic: all’8 novembre di quest’anno sono stati emessi 70 junk bond con il rating più basso, la tripla C, per un valore totale di 31.426 milioni di dollari. Un record assoluto nella storia finanziaria americana. Il record di volume precedente -29.706 milioni – risaliva proprio al 2007, ultimo anno di follia prima del crack. E il maggior numero di emissioni da tripla C di quest’anno è avvenuto proprio a settembre e ottobre (13 in entrambi i mesi).
Ovviamente più ci si avvicina alla peggior qualità di spazzatura, più si corre il rischio che le obbligazioni si tramutino in carta straccia.
In un suo recente rapporto, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha scritto di aspettarsi un ulteriore calo della qualità del credito di queste obbligazioni e un proporzionale incremento del rischio di default. «La domanda per prodotti di debito altamente speculativi rimane robusta per via del programma di acquisti della Federal Reserve. Questo prolungherà il ciclo di emissioni di minor qualità creditizia», ha scritto Diane Vezza, responsabile della ricerca sui prodotti a reddito fisso di S&P.
Dai dati di Fitch apprendiamo che quest’anno si sono già verificati 25 defaults di emissioni junk, per un valore totale di 13,4 miliardi. Contro i 12 default da 7,9 miliardi dello stesso periodo dell’anno scorso.
Poi c’è chi sta sull’orlo del baratro. Come AMF Bowling Worldwide Inc, operatore di quattro piste da bowling in Virginia che all’inizio dell’anno ha emesso 150 milioni di junk bond e ha appena comunicato di non essere riuscito a pagare le cedole di ottobre agli obbligazionisti.
Altro elemento di rischio lo ha evidenziato l’agenzia Moody’s, che in un suo rapporto ha fatto notare che le emissioni di settembre e ottobre «hanno continuato ad avere un rapporto direttamente proporzionale tra il grado di rischio delle obbligazioni e quello di debolezza dei loro vincoli e delle loro garanzie».
Gli investitori istituzionali americani sembrano ora essersi allertati, e nelle prime tre settimane di ottobre hanno dato segno di aver perso interesse. Il loro flusso netto di investimenti è infatti leggermente sceso – di 250 milioni. Il problema è che questo leggero calo è stato più che compensato da un ulteriore aumento degli impegni dei privati che nelle stesse tre settimane hanno iniettato altri 2,1 miliardi.

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