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Il retroscena Unioni civili, Renzi va avanti Il sì ai ritocchi «costituzionali»

Il giorno dopo il Family day Matteo Renzi preferisce non rilasciare dichiarazioni ufficiali sulle unioni civili. E alla stessa identica linea si attiene anche la ministra delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, alla quale è affidata la supervisione dell’iter di questa legge. Il governo preferisce non entrare nel dibattito. Ma questo non perché vi sia un mutamento di rotta sulle unioni civili. La richiesta rivolta da Massimo Gandolfini al presidente del Consiglio cade quindi nel vuoto e nel silenzio. «Faccio appello alla coscienza cattolica del premier Renzi, che penso sia una persona intelligente, con grande fiuto politico. Quel ddl va bloccato», era stata la sollecitazione del leader del Family day. Pur provando «massimo rispetto» per quella piazza, Renzi non intende retrocedere: «La legge non è più rinviabile», ripete il premier ai suoi.

Già, la manifestazione di Roma non ha instillato dubbi o timori nel premier e nella titolare del dicastero delle Riforme. «Si va avanti e si vota è una questione di serietà», è la riflessione che Matteo Renzi affida ai parlamentari a lui vicini. «Massimo rispetto per tutte le piazze», dunque, ma Renzi, come ha ripetuto più volte, non intende andare «a rimorchio di nessuno».

Il silenzio ufficiale nasce da una precisa esigenza: quella di tentare di allentare le tensioni e di ridimensionare lo scontro tra opposte fazioni. Non si vuole allargare il solco all’interno del Partito democratico, né esasperare le divisioni in seno alla maggioranza. E men che meno si vuole che questa diventi una battaglia in grado di lacerare il Paese.

«Siamo in un ritardo inaccettabile rispetto agli altri Paesi su questa materia — spiega Boschi ai collaboratori — ma io sono convinta che occorra procedere senza contrapposizioni ideologiche. In questo modo possiamo trovare dei punti di convergenza. Bisogna discutere con tutti e ascoltare tutti, poi, ovviamente, si tirano le somme e si decide perché non si può tornare indietro».

La linea non muta. E Renzi, nella sua veste di segretario del Partito democratico, lo conferma ai suoi al Senato: «La politica deve assumersi la responsabilità di decidere». Questo significa che non vi sarà nessuno stralcio della «stepchild adoption», come pure viene ancora chiesto da una parte della maggioranza. Gli unici emendamenti che avranno il parere favorevole del Pd saranno quelli che chiariscono rimandi della proposta Cirinnà al codice civile che riguarda l’istituto del matrimonio.

L’obiettivo è quello di evitare che la Corte costituzionale possa sollevare delle obiezioni sulla normativa. Un suggerimento in questo senso, del resto, era stato dato già tempo fa, in maniera informale, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Quanto alla libertà di coscienza, ovviamente, non verrà data sull’intera legge. Non è mai stata intenzione del premier lasciare che il gruppo votasse in ordine sparso sul normativa. La libertà di coscienza, quindi, verrà data solo su alcuni punti ben precisi. Primo tra tutti, ovviamente, quello che riguarda le «stepchild adoption» su cui, come è noto, si registra la massima divergenza. Ma il voto segreto su questo punto specifico della legge, secondo il Pd, può diventare un’arma a doppio taglio. Se da un lato, infatti, può consentire ai grillini e alla minoranza interna di dare un colpo a Renzi, bocciando le «stepchild adoption» senza metterci la faccia, dall’altro lascia la possibilità a una parte dei «cattodem» e dei senatori di Area popolare (che raggruppa il Nuovo centrodestra e l’Udc) di poter votare a favore.

 

Unicredit L’attesa (e la svolta) dei conti Spinta dei soci su patrimonio, costi, utili

Martedì 9 l’appuntamento con i risultati del 2015. La leadership nel corporate

Inizio d’anno in altalena in casa Unicredit. Il titolo della banca di piazza Gae Aulenti, unica italiana con una forte presenza internazionale e ad avere una rete commerciale diretta in 17 paesi stranieri, è passato dai 5 euro di inizio mese ai 3,5 della scorsa settimana.

Una caduta riconducibile anche al momento nero delle banche italiane: il Monte dei Paschi di Siena, ad esempio, subito dopo aver chiuso in utile il primo bilancio dopo cinque anni di pesantissime perdite, ha lasciato sul parterre oltre il 50 per cento del proprio valore nello stesso arco di tempo… La genovese Carige ha percorso lo stesso sentiero prima che l’agenzia Moody’s, martedì scorso, alzasse il rating di lungo termine sui depositi. Ma tutti i principali istituti di credito italiani sono finiti nel book dei venditori, dal Banco a Ubi, da PopMilano a Bper. Anche Intesa, seppure con acuti più sfumati. Nessuna meraviglia quindi se dai piani alti della torre che a Milano domina il quartiere Garibaldi vedono qualche nuvola all’orizzonte.

Visti dal Tamigi

Anche perché, a sorpresa, il 10 gennaio scorso il Financial Times si era esercitato in una sorta di scenario futuribile pensando a chi potesse essere in corsa quando (essendo stato appena rinnovato) l’amministratore delegato Federico Ghizzoni dovesse lasciare. (Si facevano i nomi di Andrea Orcel o Giampiero Maioli). Esplicitando così appetiti e mosse di grandi investitori.

Il 13 maggio dello scorso anno l’assemblea dei soci Unicredit aveva rinnovato il consiglio , diminuendo i posti disponibili e avviando una serie di cessioni, alcune concluse, altre in via di finalizzazione. Nel frattempo lasciava il gruppo Roberto Nicastro che oggi guida le quattro nuove banche salvate dal governo con il decreto dello scorso novembre e, ricomposta la vicenda del vice presidente Fabrizio Palenzona, il gruppo si è concentrato sul piano.

Unanimità

A inizio novembre Ghizzoni ha presentato l’aggiornamento del piano industriale in essere e il consiglio di amministrazione, all’unanimità, lo ha approvato. A meno di novanta giorni da quel voto una prima valutazione si farà in occasione della presentazione dei conti, che verranno esaminati la prossima settimana, il 9 febbraio. È innegabile però che questo gennaio terribile per le banche rende tutti gli appuntamenti delicati. E pensare che il titolo negli ultimi dodici mesi aveva toccato anche i 6,60 euro mentre ora naviga sui prezzi di tre anni fa, in un mercato impaurito dalle sofferenze. Secondo un report di Mediobanca dello scorso novembre il totale dei crediti deteriorati nel portafoglio di Unicredit ammonta a 84,4 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo è a quota 63,2 e Monte dei Paschi di Siena a 45,3. Pur a fronte di attivi ben diversi per Unicredit.

Ipotesi

Ghizzoni, anche nel recente passato, ha nettamente respinto l’ipotesi di un aumento di capitale, la cui esigenza teoricamente sarebbe generata proprio dalle sofferenze cumulate negli anni. Ma è evidente che rivedere il piano sulla base dell’andamento del titolo di queste ultime settimane sarebbe poco lungimirante.

Le incognite sono tante. Peraltro vanno considerate, accanto alle molte voci, anche alcuni fatti sostanziali: i crediti deteriorati in Unicredit sono in diminuzione e non hanno raggiunto livelli di guardia, se confrontati appunto con gli attivi. Il mercato domestico, l’Italia, è tornata a guidare i ricavi di gruppo; l’area Cee ( Central East Europe ), ha virato in positivo; il Cib ( corporate and investiment banking ) è ai vertici europei del settore, grazie all’impegno di Gianni Papa — voluto da Ghizzoni — e che è andato ben oltre gli obiettivi raggiunti in passato da Ermotti e Mustier, un tempo alla guida del comparto.

Alternative

Resta, reale il problema dei costi della struttura, analogo a tutto il settore bancario. Soprattutto il costo del lavoro. Ma se si propone il confronto con i competitor a livello europeo Deutsche Bank non sta certamente meglio. Anzi. L’industria del credito va ripensata, ma a partire dagli assetti azionari (vedi intervista a Roberto Mazzotta nella pagina a fianco). Ed è per questo che conteranno sempre più i numeri. Il target è stato fissato sui 2 miliardi di euro. A questi dovrebbero seguire una adeguata corresponsione del dividendo. La remunerazione del capitale investito è nodo sempre più centrale nella vita delle aziende bancarie. Le stringenti norme europee impongono dotazioni di capitale imponenti rispetto al passato e la remunerazione di quel capitale, in periodi di scarsa crescita economica e di resa dei conti passati, diviene operazione molto ardua e complessa. Tanto più che gli azionisti paiono sempre pronti a incassare cedole e restii davanti alla possibilità di vedersi destinatari del cosiddetto scrip dividend , carta anziché soldi, sebbene quella carta siano titoli azionari della banca nella quale hanno investito. Secondo alcuni, un aumento di capitale silenzioso al quale da sempre i mercati e gli investitori, a ragione o meno, sono allergici.

 

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