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Il retroscena Quell’allarme di un socio, il silenzio dei sindaci e la strategia del «tappo»

La firma è del presidente del collegio sindacale, la lettera è indirizzata a un socio. È un documento chiave per ricostruire quelle manovre finanziarie anomale che «pesano» per quasi un miliardo sul patrimonio della Banca popolare di Vicenza e sul valore delle azioni dei 120mila azionisti.
Giovanni Zamberlan, che guida l’organo di vigilanza interno della banca, scrive il 15 dicembre scorso. Ma sono passati otto mesi da quando il socio Maurizio Dalla Grana aveva sollevato la questione all’assemblea di bilancio, chiedendo di «verificare se nel recente passato la Popolare di Vicenza ha fatto affidamenti o dato garanzie dirette o indirette ai soci o non soci, affinché questi potessero sottoscrivere in toto o in parte azioni od obbligazioni convertibili della banca».
Non è il solito azionista bastian contrario che argomenta senza basi: il tema dei finanziamenti per acquistare azioni (e i divieti o i limiti strettissimi imposti dalla legge) è ben noto in una banca non quotata che tra il 2013 e il 2014 ha collocato sul mercato 1,5 miliardi di titoli tra azioni e obbligazioni.
Di fronte a questi dubbi e richieste di verifiche il collegio prende tempo. La Vicenza nella primavera dello scorso anno era addirittura in pista per acquisire con un’offerta pubblica d’acquisto la Banca Popolare dell’Etruria, poi, invece, commissariata. Passati a ottobre gli stress test della Bce per il rotto della cuffia, le acque si calmano. Zamberlan scrive a Dalla Grana che «le verifiche richieste rientrano tra le attività delle funzioni aziendali di controllo». E dunque sono loro, l’internal audit e le altre squadre di dipendenti-controllori , che informano periodicamente delle loro «verifiche effettuate», «punti di debolezza», «interventi da adottare». E lo fanno informando «tempestivamente il collegio sindacale e gli altri organi aziendali su violazioni o carenze riscontrate».
L’hanno fatto? No. «Al collegio sindacale — trae le conclusioni il presidente — non sono state segnalate situazioni afferenti alle fattispecie» descritte dal socio. Tradotto e sintetizzato: se non ci dicono nulla noi non ne sappiamo nulla. Dunque tutti tranquilli, inutile approfondire.
Lo farà di lì a poco la Bce che parte con un’ispezione. Emergeranno, tra l’altro, 975 milioni di fidi anomali correlati all’acquisto di azioni. E relativi propio agli aumenti di capitale 2013-2014. L’impatto sul bilancio semestrale al 30 giugno (un miliardo di perdita) è violentissimo e la Vicenza dovrà varare un aumento di capitale da 1,5 miliardi.
Il presidente della banca, Gianni Zonin, scarica la colpa sull’ex amministratore delegato, Samuele Sorato, e sostiene che se il consiglio di amministrazione avesse conosciuto quelle operazioni le «avrebbe senza dubbio bloccate».
A settembre si viene poi a sapere che gli accertamenti della Bce erano stati condotti «con il supporto della direzione internal audit della banca e delle altre funzioni aziendali».
Cioè gli stessi uffici che i tre sindaci, sollecitati da un socio, avrebbero dovuto a loro volta sollecitare oltre un anno prima. Oppure scavalcarli, indagando autonomamente, esercitando quello scetticismo professionale che dovrebbe essere il motore di ogni organo di vigilanza indipendente.
A fronte di tanta remissività, a Vicenza c’è chi elabora la teoria del «grande tappo». Cioè una specie di accordo «per il bene della banca e dei soci» affinché nulla turbasse la corsa al superamento dell’esame Bce di ottobre. Poi sarebbe stata un’altra storia. E si è visto.
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