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Il redditometro vincola il fisco

Spese e dati certi in anagrafe tributaria alla base del nuovo redditometro. A cui si sommano una quota stimata e ulteriori dati che, di fatto, hanno il requisito della certezza. Rispetto a tali elementi, dunque, sarà necessario uno stringente regime di prova contraria che non potrà ovviamente essere delimitato. È questo, in sintesi, il quadro che emerge dal decreto che contiene l’approvazione delle disposizioni attuative di quanto previsto dall’articolo 38 del dpr n. 600 del 1973 come riformulato dal decreto legge n. 78 del 2010. Tale impostazione, peraltro, potrebbe rendere non agevole l’applicazione dei principi delineati dalla sentenza della Corte di cassazione n. 23354 del 20 dicembre scorso che, invece, contiene un riferimento molto preciso alle presunzioni semplici che sono alla base del «vecchio» redditometro.

La costruzione del decreto attuativo del redditometro. Via via che l’analisi del provvedimento viene approfondita, ulteriori aspetti possono essere evidenziati anche al fine di individuare con esattezza quali siano i limiti e l’efficacia del nuovo strumento di accertamento in vigore dal periodo di imposta 2009. In linea di principio appare possibile poter affermare come il risultato prodotto dalla applicazione del decreto si compone di quattro elementi:

– un elemento che l’Agenzia delle entrate conosce in quanto emergente dall’analisi dei dati in suo possesso in quanto esistenti in anagrafe tributaria. Questo è un dato riferibile a una spesa che il contribuente ha sicuramente sostenuto;

– un elemento rappresentato dalla quota di risparmio dell’anno;

– un elemento rappresentato dagli investimenti assunti al netto dei disinvestimenti;

– un elemento del tutto stimato che appare riferibile all’appartenenza di un contribuente a un certo nucleo familiare di diversa e varia composizione collocato in una data zona geografica.

A ben guardare alcuni di questi elementi difficilmente possono essere messi in discussione in quanto, come prima evidenziato, corrispondenti a dati già in possesso dell’amministrazione finanziaria. Ad esempio, se in anagrafe tributaria risultano somme spese per mutuo o canoni di locazione, questo rappresenta un dato certo che non dovrebbe essere assoggettato a ponderazione in quanto, assunto nel suo valore, corrispondente a una capacità reddituale espressa di pari ammontare. In tal senso depone peraltro, il comma 2 dell’articolo 1 del decreto nel quale si afferma come per elemento di capacità contributiva si intende la spesa sostenuta dal contribuente per l’acquisizione di beni o servizi e per il relativo mantenimento e, contemporaneamente, si afferma che l’elenco degli elementi è quello indicato nella tabella A. Un dato, dunque, che ha il connotato della evidenza in termini numerici. Vi è poi, sempre con riferimento agli elementi indicati nella tabella A, una parte rappresentata dal contenuto induttivo degli elementi stessi ed è questa la parte che parrebbe rappresentare, nella sostanza, una presunzione. In altri termini, alla spesa certa potrebbe aggiungersi una spesa stimata rappresentata dall’appartenenza del contribuente a un certo nucleo fermo restando che, in base al comma 5 dello stesso articolo 1, si considera nel confronto l’ammontare più elevato. È come dire che se il canone di locazione pagato è di 1.000 euro al mese e la stima fornisce con riferimento a quella situazione 800 euro, prevale il dato «reale».

Gli altri due elementi sono, come detto, la quota di risparmio dell’anno che in prima battuta rappresenta un ulteriore dato reddituale e la quota parte degli investimenti al netto dei disinvestimenti. In relazione alla quota risparmio, va detto come questa rappresenti una presunzione legata al fatto che, ad esempio, l’incremento del saldo di conto corrente corrisponda a un reddito prodotto. In tal senso potrà essere dunque fornita la prova contraria rappresentata dal fatto che, in ipotesi, quell’incremento sia disponibilità finanziaria ma non rilevante ai fini reddituali. Si pensi al caso di un contribuente che cede la seconda casa di proprietà ultraquinquennale. La quota di risparmio, peraltro, potrebbe essere trattata come disinvestimento, nell’anno o nei successivi, al fine di giustificare la quota di investimenti riferibili al periodo di imposta.

Le conseguenze pratiche. Il quadro che sembra emergere, soprattutto nel confronto con il vecchio redditometro è quello di un sistema che, in ogni caso, è ancorato a elementi verificabili in via diretta e senza coefficienti moltiplicativi che producono, come avviene attualmente in gran parte degli accertamenti, risultati assolutamente inconferenti con la realtà. Il peso degli elementi stimati, dunque, appare minore rispetto al passato e, se questa impostazione dovesse essere seguita, perderebbe in qualche modo di contenuto il passaggio della sentenza della Corte di cassazione del 20 dicembre 2012 nella quale si parla di presunzione semplice. Tale affermazione, riferibile sicuramente al «vecchio» redditometro non appare del tutto riferibile al «nuovo». Ciò in quanto il nuovo strumento è ancorato a un concetto di spesa effettiva e di elementi «riscontrabili» rispetto ai quali, sicuramente, sarà possibile dare prova contraria. Ma, in ogni caso, il peso statistico connesso al concetto di presunzione appare stemperato rispetto alle vecchie disposizioni.

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