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Il redditometro non aiuta Gerico

Il redditometro al socio non va in soccorso della rettifica alla società basata sugli studi di settore. Né il fisco può contestare l’antieconomicità con la semplice comparazione dei dati aziendali con quelle delle imprese operative nello stesso ambito produttivo. È quanto emerge dalla sentenza 12/45/13 della Ctr Lombardia.
Il contenzioso scaturisce da un avviso di accertamento che ha rettificato i ricavi di una società in relazione al risultato emerso dall’applicazione di Gerico. L’atto precisava che la conferma del risultato era ravvisabile in molteplici fattori, quali la costante antieconomicità della gestione aziendale, anche rispetto ad altre attività di analogo settore, l’erroneità dei dati indicati negli studi di settore e infine, che il reddito del socio non era coerente con il vecchio redditometro (quello fondato sui decreti ministeriali del 1992).
Così la società ha presentato ricorso contro il provvedimento rilevando che l’ufficio aveva operato un’acritica applicazione dello strumento statistico e nel merito ha spiegato dettagliatamente le politiche aziendali adottate che avevano portato a una riduzione della redditività. E, a suo avviso, l’ufficio aveva determinato un risultato fondato su dati errati mentre la corretta applicazione dello studio di settore portava un maggior ricavo decisamente inferiore.
La Commissione tributaria di primo grado ha respinto il ricorso. A questo punto, la decisione è stata impugnata in Ctr che, invece, ha accolto l’appello e ha ridotto l’imponibile accertato. Da tutta la documentazione prodotta, infatti, emergeva che l’attività condotta in quel l’anno, aveva comportato l’affidamento di alcune lavorazioni a terzi. In questo modo risultava giustificata la contrazione della redditività. Né i giudici ritengono fondata la questione del l’antieconomicità della gestione della società scaturita dalla comparazione dei dati aziendali con quelli di altre imprese del settore: «I dati indicati nelle controdeduzioni in appello (media dei ricavi e/o compensi, media del reddito di impresa, media della produzione Irap e media del volume di affari) – si legge in motivazione – non consentono di individuare quale sia difformità della situazione dell’azienda rispetto a quella del settore di appartenenza: difformità, peraltro, già quantificata dallo studio di settore».
Dal bilancio, poi, erano chiari gli errori commessi nella compilazione degli studi di settore che, nella versione corretta, portava a valori inferiori. E il collegio d’appello ha precisato che l’incoerenza del reddito dichiarato dal socio rispetto al redditometro non poteva giustificare la pretesa sulla società, in quanto avrebbe potuto fondare solo un eventuale accertamento sintetico in capo alla persona fisica.
Quanto agli aspetti procedurali, la contribuente aveva notificato l’atto a una direzione provinciale, mentre secondo l’ufficio doveva essere fatta presso un’altra direzione della stessa città e così ne aveva richiesto l’inammissibilità perché notificato a un organo incompetente. Ma la Ctr ha chiarito che la qualità di parte necessaria deve essere riconosciuta a chi ha emesso l’atto o il provvedimento opposto e non alle singole articolazioni organizzative: «Quindi, la notifica dell’appello presso una delle direzioni provinciali, risultata incompetente, non comporta né la nullità né la decadenza dall’impugnazione». E alla medesima conclusione, aggiunge la pronuncia, «si perviene sulla base del principio di effettività della tutela giurisdizionale che impone di ridurre al massimo le ipotesi d’inammissibilità (Cassazione n. 15229/2012)».

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