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Il redditometro è ibrido

Il nuovo decreto sul redditometro cancella la differenza tra spesometro ed accertamento sintetico puro: dal mix di spese e di investimenti, infatti, appare venir meno la differenza tra i diversi commi della norma di riferimento divenendo, di fatto, l’unica modalità di rettifica del reddito delle persone fisiche.

Infatti, a differenza di quanto sembrava aver sostenuto l’Agenzia delle entrate, sembrano ormai irrilevanti le distinzioni che il legislatore sembrava aver operato mediante le disposizioni contenute nel decreto legge n. 78 del 2010. Sarà inoltre da comprendere il ruolo della componente risparmio che, per certi versi, dovrebbe aver risolto uno dei problemi attualmente esistenti nell’applicazione del redditometro nella versione in vigore sino al periodo di imposta 2008. Inoltre, appare di difficile soluzione il problema di un possibile scostamento rispetto al dato Istat per consumi che non hanno alcun riscontro in anagrafe tributaria. Sono queste alcune delle osservazioni che possono essere formulate rispetto al contenuto del decreto del 3 gennaio che ha dato attuazione, almeno formalmente, al quinto comma dell’articolo 38 del dpr n. 600 del 1973.

Il contenuto del decreto e i risultati. L’impostazione del decreto, nel testo e soprattutto nella tabella allegata, appare molto chiara nell’individuare una molteplicità di spese sostenute dal contribuente come collocato all’interno di un certo gruppo familiare come individuato e studiato dall’Istat. Il contenuto induttivo delle spese in questione, il cui riscontro medio in termini di sostenimento è ancora riferibile ai dati Istat, costituisce di fatto il riferimento essenziale ai fini del redditometro. Nello stesso tempo, peraltro, ai fini dell’accertamento di fatto vi è un confronto tra quanto effettivamente speso e quanto stimato in media dall’Istat in relazione a quella persona come collocata nell’ambito di un certo nucleo familiare. Per certi versi, dunque, questo principio sembrerebbe imporre l’attivazione di una rigida contabilità familiare all’interno della quale monitorare le spese effettuate e con l’obiettivo di contrastare eventuali pretese in sede di accertamento. Una prima osservazione sul metodo utilizzato nel decreto rispetto a quanto previsto dalla norma primaria fa propendere per una sostanziale eliminazione delle differenze tra i commi 4 e 5 dell’articolo 38. Se infatti il quarto comma fa riferimento alle spese e il quinto comma fa riferimento ad altri indicatori di capacità contributiva, il decreto appare fornire un mix di questi due concetti e cioè fa diventare le spese (o il contenuto induttivo di tali spese) indicatori di capacità contributiva. Quindi, una differenza che viene meno e che concretizza, di fatto, una unica tipologia di accertamento.

Il confronto tra spese effettive e spese medie. In sintesi, il meccanismo che appare emergere dal decreto propone di base un confronto tra le spese che risultano in anagrafe tributaria e la spesa media stimata dall’Istat con riferimento alla posizione del contribuente. Sul peso che assumono tali spese, si deve ipotizzare che non vi sia coefficientazione se non nei casi in cui le spese siano riferite a beni che vengono utilizzate anche per lo svolgimento dell’attività professionale o imprenditoriale. Il confronto, dunque, muove dal più elevato tra i due valori e resta nella facoltà del contribuente dimostrare che la quota di spese effettiva non è a lui attribuibile o non è corretta. In alcune ipotesi, però, tale dimostrazione diviene praticamente impossibile nel senso che, ad esempio, quando si parla di alimentari, abbigliamento o calzature, il problema sarà documentare un «numero» diverso da quello stimato ai fini Istat. Potrebbe, paradossalmente, essere utile non conservare alcun tipo di documentazione nel momento in cui la stima appare conveniente.

La componente risparmio. Nell’attuale sistema di redditometro, è sempre complesso rispetto all’attività che svolgono gli uffici giustificare uno scostamento attraverso la dimostrazione della esistenza di una componente legata al risparmio. Nel nuovo assetto del redditometro, la quota risparmio formatasi nell’anno assume rilevanza reddituale in base al contenuto dell’articolo 3, lettera e) del decreto. Ciò posto, detta quota potrebbe essere non rilevante ai fini reddituali nel senso che, ad esempio, un incremento a fine anno del conto corrente bancario potrebbe derivare dall’afflusso di redditi non assoggettabili a tassazione. Qualora così non fosse, si dovrebbe però tenere conto dell’utilizzo di detta quota di reddito in relazione a eventuali investimenti considerando l’utilizzo stesso come un disinvestimento. In altri termini la quota di risparmio dovrebbe poter essere considerata sia nel caso in cui la stessa rimanga «ferma» su un conto corrente sia nel caso in cui la stessa venga poi utilizzata, ad esempio, per procedere all’acquisto di un bene che è considerato incremento patrimoniale. Nel senso che l’acquisto di un immobile nell’anno n+1 da considerare come investimento dovrebbe essere nettizzato del disinvestimento che, in linea di principio, potrebbe essere rappresentato da una diminuzione del saldo di conto corrente in quanto assimilabile a un disinvestimento. Si arriverebbe, quindi, a un concetto di investimento netto ( o di spesa netta) che risolverebbe, per certi versi, le problematiche attuali su questo tema.

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