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Il Reddito di cittadinanza a 3,5 milioni di persone e la metà dei poveri è senza

Quasi un milione e mezzo di famiglie, tre milioni e mezzo di persone, con un importo medio per nucleo di 579 euro: è questa la platea del Reddito di cittadinanza secondo l’ultimo aggiornamento dell’Inps, pubblicato alla fine di agosto e che riguarda i primi sette mesi di quest’anno. La misura è partita nell’aprile 2019: il primo anno sono stati spesi 3,825 miliardi, l’anno scorso poco più di 7, ancora da quantificare l’ammontare definitivo di quest’anno, ma le previsioni erano di una spesa di quasi 18,3 miliardi nel triennio.Sotto accusa fin dalla sua adozione, perché “disincentiva il lavoro” e adesso tornata sotto il fuoco incrociato di FdI, Lega e Italia Viva, per il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo la misura «in alcuni contesti può essere considerata un successo », e secondo uno studio della Banca d’Italia ha avuto il merito di ridurre il numero di poveri assoluti e, soprattutto, di attenuarne la condizione di bisogno.Eppure, rileva la Caritas nell’ultimo rapporto annuale, il Reddito non raggiunge oltre la metà dei poveri, il 56% degli aventi diritto. E al contrario, beneficia famiglie che in effetti non sono povere, quota che rappresenta il 36% dei percettori. Un dato che da solo basterebbe a motivare una revisione della misura, che il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha però difeso con fermezza dagli attacchi degli ultimi giorni. A cominciare da quello della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che lo ha definito «metadone di Stato». «Ha funzionato come contrasto alla povertà. Dobbiamo ripensare a come armonizzare lo strumento », ha replicato Orlando.Al lavoro da diversi mesi, per capire cosa non funziona e cosa va cambiato nell’impostazione della misura, il Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, previsto già dal decreto di istituzione del sostegno, ma istituito solo nel marzo di quest’anno. A presiederlo la sociologa Chiara Saraceno: «Le criticità riguardano intanto i criteri di accesso. La scala di equivalenza punisce le famiglie numerose con i figli minori, mentre per gli stranieri il requisito dei dieci anni di residenza è il più alto in Europa, e ci mette in difficoltà anche con l’Ue».Ma i principali detrattori del Reddito contestano soprattutto il fallimento della misura sotto il profilo delle politiche attive del lavoro: persino l’Ocse ha osservato nel rapporto sull’Italia pubblicato lunedì che «il numero di beneficiari che di fatto hanno poi trovato impiego è scarso ». E pertanto sarebbe bene «ridurre e assottigliare il Reddito per incoraggiare i beneficiari a cercare lavoro nell’economia formale».Un disincentivo al lavoro, ammette Cristiano Gori, componente del Comitato e responsabile scientifico dell’Alleanza contro la Povertà, è costituito dalla norma secondo la quale «se le entrate del beneficiario aumentano di 100 grazie al lavoro, il Reddito diminuisce di 80». «In tutti gli altri Paesi – obietta Gori – è previsto, almeno per i primi mesi, un meccanismo di cumulo». Quanto però all’effetto “disincentivo”, bisognerebbe anche chiedersi, obietta lo studioso, se la ragione è «che il Reddito è troppo alto o i salari troppo bassi». Gori ritiene inoltre che le soglie di accesso andrebbero differenziate nelle varie aree del Paese, tenendo conto del maggiore costo della vita nel Nord Italia.«Il Reddito è partito prima che venissero messe a punto le misure di accompagnamento – conclude Saraceno – i centri per l’impiego non erano pronti. Ma c’è anche un problema di occupabilità dei beneficiari, che molto spesso hanno una bassa qualificazione: andrebbe rafforzata la formazione». Rivedere la misura però significa anche spogliarla di modalità e obiettivi che la indeboliscono, a cominciare da quella di incentivo ai consumi: «I percettori devono spendere tutto entro fine mese, – ricorda la sociologa – altrimenti si ha una decurtazione per i periodi successivi. È una follia, le famiglie non pagano le bollette ogni mese, non comprano le scarpe ai figli ogni mese».

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