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Il recupero dei distretti, si torna ai livelli pre-crisi

I distretti non solo sono sopravvissuti ma sono pronti a trainare la ripresa italiana. La sequenza dei numeri che ieri ha fornito il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, impressiona. Nel periodo gennaio-settembre ‘14 i distretti italiani hanno aumentato l’export più del manifatturiero tedesco (3,5 contro 2,1), vantano 61 brevetti ogni 100 imprese, a fine 2015 avranno addirittura recuperato il livello di fatturato del 2008 (un anno in anticipo sul manifatturiero italiano), le imprese migliori delle aree industriali territoriali vantano ebitda superiori al 17%, i livelli di patrimonializzazione nei cinque anni dal 2008 al 13 sono aumentati di 10,8 punti. In più gli investitori stranieri ora cominciano a guardare ai nostri territori con molta attenzione e quando si verificano casi di back reshoring, di rilocalizzazione in Italia di produzioni dall’estero, ciò avviene perché la filiera di fornitura del distretto si dimostra, quanto a qualità, invincibile. 
Accanto alla vitalità delle aree distrettuali De Felice ha anche documentato le performance di almeno tre poli tecnologici (aeronautico, farmaceutico e biomedicale) che sono cresciuti anche negli anni più duri e che oggi fanno sì che il modello di specializzazione non si basi più solo esclusivamente su alimentare, arredo, moda e macchine strumentali. Sia chiaro, l’economia distrettuale non è passata indenne nel cerchio di fuoco della Grande Crisi: ha subito un drastico processo darwiniano di selezione, segnalato dal -18,5% di variazione del fatturato tra il 2008 e il 2013 fatto segnare dalle micro-imprese, quelle che si possono collocare tra i 750 mila e i 2 milioni di ricavi. Sono state loro a pagare il conto più salato ma la decimazione non sembra aver intaccato la struttura dei distretti.
Se le cose stanno come sostiene Intesa Sanpaolo forse allora è il caso di formulare obiettivi più ambiziosi del pur importante recupero di fatturato sui livelli del 2008. Avendo il modello di business della specializzazione italiana retto alla recessione è il caso di guadagnar tempo e portarsi avanti. Come? Innanzitutto ri-specializzando cioè usando l’innovazione per aumentare il vantaggio competitivo nei confronti di cinesi, coreani e turchi. In qualche caso innovare vuol dire operare un vero salto tecnologico, in altri può significare introdurre un maggiore contenuto di design e di “senso”, in altri ancora costruire piattaforme logistiche comuni al distretto lasciando inalterata la concorrenza tra i singoli produttori. Poi va iscritta tra le priorità una maggiore attenzione da dedicare alle politiche della distribuzione, dove siamo ancora troppo indietro ai cugini francesi. Un ragionamento approfondito merita anche il capitale umano. Quello che viene da una formazione professionale messa però in grado di riprodurre le competenze di territorio e quello che riguarda invece l’ingresso di manager di prima fascia capaci di dialogare con l’imprenditore.

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