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Il Recovery e l’Italia come è

Per capire qual è il problema dell’utilizzazione del Recovery Fund, cerchiamo di immaginare la situazione all’11 dicembre 2024. Il comune è uno dei tanti comuni del Sud e delle isole. Né grande né piccolo, ha subito una drastica trasformazione negli anni 80, passando da poco più di 2 mila unità immobiliari a circa 15 mila. Insomma, uno sviluppo con i fiocchi, a parte l’abusivismo, il mancato introito di oneri di urbanizzazione e, se osserviamo meglio, l’arricchimento di alcuni personaggi collocati in posizioni cruciali. Per dire, l’ufficio tecnico del comune, l’urbanistica. Ora, con il Recovery Fund, questa comunità s’è vista finanziare, a settembre 2021, l’imponente opera di recupero ambientale e idraulico del torrente che ne attraversa il territorio. Una ventina di milioni di euro.

Il progetto, affidato ad alcuni ingegneri di fiducia dell’amministrazione comunale è stato definito e approvato nel settembre del 2022. L’appalto, sempre a cura del comune, è stato assegnato a maggio del 2023. Gli immancabili ricorsi al Tar sono stati unificati e decisi, tra Tar e Consiglio di Stato (o Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo, se fossimo in Sicilia), a giugno del 2024. Finalmente, il vincitore s’è visto consegnare i lavori ai primi di settembre e ha iniziato a operare a ottobre 2024. Per il completamento dei lavori sono previsti 24 mesi, perciò essi finiranno a settembre del 2026.

In questo calendario ci sono tre elementi irrealistici e ottimistici: i tempi della giustizia amministrativa; l’assenza di un qualsiasi intervento dell’Anticorruzione e l’assenza della criminalità organizzata che, infiltrata per bene, condiziona, di certo, il procedimento. Qualcuno osserverà che non è detto che in pendenza del giudizio del Tar non si possa consegnare il cantiere e procedere con i lavori: ma qui la risposta è facile. In una situazione del genere, con un lavoro di risanamento ambientale di questa portata, sarà difficile trovare un giudice che non conceda la sospensiva.

Non entriamo nel merito degli interessi corruttivi e concussivi che entrano in campo in un procedimento del genere. Non possiamo illuderci. Non c’è chi non veda come l’ipotesi sia rosea e che sarà difficile per chiunque, al Sud, operare con una velocità simile, che al Nord o in Germania apparirà passo di lumaca, mentre qui, nell’Italia depressa e in ritardo sarà considerata eccezionale.

Ci presentiamo, perciò, all’appuntamento con il più grande investimento della storia d’Italia ottenuto con finanziamento europeo, del tutto impreparati per il susseguirsi di decisioni demenziali in materia di pubblica amministrazione, tutte figlie di compromessi definiti con istanze politiche regionali e comunali, nelle quali il peso del pubblico interesse è largamente sovrastato dal peso dell’interesse privato.

Decenni fa, il Cipe, il Comitato per la programmazione economica, che amministrava il Fio, Fondo investimenti per l’occupazione, decise, dopo avere constatato che alcune opere erano in biblico ritardo, di annunciare che i soldi non impegnati entro una certa data, sarebbero stati ripresi da Roma e redistribuiti nelle zone in cui era certo che sarebbero stati tempestivamente spesi.

Alla scadenza si scoprì che la revoca avrebbe riguardato solo opere da realizzare al Sud e nelle isole. Del resto, sappiamo tutti come tanti finanziamenti europei destinati alle aree depresse siano rimasti inutilizzati e quindi siano rientrati nelle casse di Bruxelles.

Ai tempi in cui avevo qualche responsabilità ho cercato di capire le ragioni di questa disastrosa inerzia e ho scoperto che la realizzazione di un’opera viene considerata rafforzamento della conventicola al potere, politico e, naturalmente, finanziario. Perciò, anche le minoranze delle maggioranze, si alleano con le minoranze per impedire che l’opera si realizzi. A meno che chi governa non metta tutti gli esclusi a un tavolo di spartizione.

Se questo è il criterio con cui si amministrano comuni e regioni, dobbiamo prendere atto che parte della Nazione è inidonea ad attuare qualsiasi piano, anche quello antizanzare. Anni fa, per superare l’impasse, alcuni comuni decisero di delegare l’attuazione di un cospicuo pacchetto di opere all’ancora esistente Genio civile: e fu un felice esperimento, visto che esse furono realizzate rapidamente e a regola d’arte.

Il Genio civile purtroppo non c’è più e dove c’è è diventato regionale, cioè gestito con criteri di assoluta lottizzazione e fedeltà al potere dominante. Se riuscisse il tentativo di Giuseppe Conte di mettere in piedi la superstruttura di cui sappiamo, presso Palazzo Chigi, non ci saranno di certo ‘guadagni’ nelle tempistiche nelle regioni e nelle zone del Sud e delle isole. Il Nord e parte del centro andranno veloci come treni e semmai la superstruttura ne rallenterà l’azione. Prima ancora, quindi, di discutere quanti e quali saranno i cosiddetti tecnici che verranno, forse coinvolti a Roma, unici soggetti che di sicuro guadagneranno molti soldi, sarebbe necessario, oltre alla definizione di una strategia generale e di strategie di settore (secondo me, non c’è nessuno al governo capace di scrivere una pagina, una sola pagina in proposito), discutere chi saranno i soggetti attuatori, distinguendo bene le aree in cui regioni e comuni potranno fare bene e presto il loro dovere e quelle in cui questo non potrà accadere e, quindi, sarà necessario mobilitare le grandi aziende di Stato, tipo Enel, Anas, Eni.

Ora mi viene spontanea una domanda: ritenete che ci sia un grillino che è uno nel personale di governo o parlamentare in grado di comprendere un ragionamento del genere? Io credo di no. Le preoccupazioni e le diffidenze dell’Unione europea sono ben giustificate. Tanti italiani, addetti ai lavori, le condividono. Dissiparle (non nasconderle e coprirle come vorrebbero i partiti) è un atto di patriottismo. E di coraggio.

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