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Il rebus dei bond sovrani

Una volta erano un porto sicuro con una discreta cedola, adesso le obbligazioni sovrane sono fonte di mille pensieri per gli investitori europei (e non solo). I Bund tedeschi a 10 anni non rendono praticamente nulla – l’1,6% all’ultima asta che, tolto il 2,6% di inflazione media dell’eurozona, vuol dire che noi paghiamo alla Germania una “tassa” dell’1% perché si degni di prendere in prestito i soldi che gli offriamo –, ma certo rappresentano un rifugio in caso di un ipotetico collasso dell’euro.
I BTp decennali pagano certamente meglio (attorno al 5,5% annuo, che vuol dire quasi il 3% reale). Ma portano con loro anche molte preoccupazioni sul futuro delle nostre finanze pubbliche e sulla capacità dell’economia italiana di sopravvivere e poi crescere, senza schiantarsi sotto il peso di una cura da cavallo che è solo appena iniziata.
Fra questi due estremi di sicurezza e redditività (volendo ci sono anche i Bonos spagnoli, che rendono anche qualche decimo di punto in più dell’Italia, ma presentano rischi ancora maggiori) si giocano le scelte che l’investitore deve affrontare ogni giorno per gestire al meglio la componente obbligazionaria dei suoi investimenti.
La guerra di nervi sugli spread continuerà ancora a lungo e le quotazioni balleranno di conseguenza, ma la cosa interessante è cercare di capire come si può comportare chi guarda sì ai rendimenti, ma anche al prezzo per muoversi più liberamente nella gestione del portafoglio. Vendendo quando si può monetizzare un buon guadagno, comprando quando invece le quotazioni rappresentano un’occasione.
I fondi speculativi anglosassoni sono quelli che, nell’estate scorsa, hanno attaccato il debito europeo delle nazioni più fragili dal punto di vista finanziario e che nelle ultime settimane hanno compiuto – d’altra parte è il loro mestiere – nuove incursioni corsare contro le emissioni dell’Europa mediterranea.
Adesso cosa faranno? La risposta di Alessandra Manuli, amministratore delegato di Hedge Invest sgr, è abbastanza sorprendente: «I gestori macro-discrezionali con un approccio fondamentale, per quanto riguarda l’Europa e pur nell’ambito di un’ampia diversificazione, sono generalmente ribassisti su Germania (per via delle valutazioni elevate dei bond e di rendimenti sotto il tasso d’inflazione), Francia (ritardo nelle politiche di austerità e debolezza nelle prospettive di contenimento del deficit) e Spagna (stock di debito non elevato, ma deficit pesante), mentre sono rialzisti su Italia e Irlanda (nazioni più avanti nel risanamento)».
Per quanto riguarda gli Usa, poi, «il posizionamento è ribassista, perché i gestori credono nella ripresa dell’economia americana e quindi, dal punto di vista valutativo, i governativi sono considerati molto cari». Negli emerging, altro tema appetito dagli investitori, «le posizioni sono generalmente rialziste su Russia e Argentina, mentre non vi è un consenso largo e condiviso sulle posizioni ribassiste».
Quindi, se gli hedge sono ribassisti sui Bund tedeschi, perché considerati molto cari, e positivi sui BTp per gli sforzi intrapresi sulla strada del raddrizzamento dei conti pubblici, come deve muoversi l’investitore retail sulle obbligazioni sovrane nostre e della Germania? Una risposta viene da Francesco Caruso, analista tecnico indipendente e animatore del blog www.francescocaruso.ch, secondo il quale «il Bund à comunque a minor rischio, vista la situazione economica europea, però sotto quota 137,50 (ovvero sopra 2% di yield) la duration va accorciata, in quanto c’è la possibilità di discese verso 130-127 (2,5-2,8% di rendimento)». Il Treasury decennale Usa poi «è a un maggior rischio di tasso, comunque in caso di discesa delle quotazioni sotto 129 (oltre 2,3% di rendimento) la duration andrebbe accorciata perché vi sarebbe la concreta possibilità di discese verso 125-122 (con lo yield in crescita al 2,8-3 per cento)».
In ogni caso non si tratterebbe di crolli, ma di semplici aggiustamenti rispetto alla standard deviation di lungo termine. Comunque, «una risalita dei tassi a lungo su Bund e Treasury farà performare meglio il nostro BTp, perché tassi lunghi al rialzo implicano un clima del debito meno teso e un allentamento della crisi».

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