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Il Quarto Capitalismo non abita a Nordest

Venezia. Il lungo inverno dell’economia si è portato via un bel numero di medie imprese italiane: su un totale di circa 4000 aziende, 433 sono scomparse dal panorama industriale del paese, per lo più a causa di fallimenti e liquidazioni, una piccola parte perché sono state comprate da società straniere. Ma gli ultimi dieci anni sembrano anche avere ridisegnato gli equilibri territoriali di questo mondo, che è comunque tra i più dinamici dell’industria italiana. Le aziende del Nordovest e quelle del Nordest, che fino a poco tempo fa avevano andamenti simili, adesso si stanno allontanando: il quarto capitalismo a Nordovest resiste meglio alla crisi, tiene di più le vendite sui mercati internazionali, ha aziende con conti migliori. Il mondo nordestino sembra segnare di più il passo: ha perso smalto, sia sul fronte dell’export che su quello della redditività e del fatturato interno. E’ il segno della crisi di un modello? Il Nordovest si prende la sua rivincita dopo un decennio in cui il Nordest aveva preso in mano il testimone dello sviluppo? Mediobanca e Unioncamere, hanno messo a confronto in una ricerca i dati di medio periodo di quello che è stato definito il quarto capitalismo italiano, cioè quelle medie imprese che fatturano tra i 15 e i 330 milioni e hanno tra i 50 e i 500 dipendenti. Lo studio cerca di rispondere ai molti interrogativi che sorgono quando si vuole vedere come il sistema industriale sta affrontando la crisi e quali ne sono gli elementi di forza e di debolezza. E le risposte sono, almeno per questo mondo, che rappresenta quello più “strutturato” del nostro sistema industriale, sorprendenti. Anzitutto i dati. Nei dieci anni tra il 2002 e il 2011, quale che sia l’indicatore dello sviluppo che si decida di guardare, la performance delle medie imprese a Nordest è risultata inferiore a quella del Nordovest. In termini di fatturato il Nordest ha lasciato sul campo quasi sette punti di minore crescita (38% contro 45%). Il differenziale diventa molto più rilevante, 16 punti, se si guardano le esportazioni salite di quasi il 54% a Nordest contro il 70% a Nordovest. Alla fine da un punto di partenza che era non dissimile nel 2002 quanto a quota di esportazioni sul fatturato (35,2 contro 34,3) si è aperto un gap che è arrivato nel 2012 a superare i 3 punti. Anche per quanto riguarda la competitività il bilancio è simile. Se si prendono i dati sul costo del lavoro per unità di prodotto (o anche sul valore aggiunto) da una situazione perfettamente allineata si passa ad un gap di quasi sei punti, cosa che si riflette sui margini delle imprese nordestine, che sono complessivamente in negativo nel bilancio degli ultimi dieci anni. Qualche risposta a questi segnali di allarme potrebbe essere rintracciata nella specializzazione merceologica e tecnologica, più debole a nordest. In tutti e due i sistemi domina la meccanica, con un peso però diverso a Nordovest (37%) contro il Nordest (33%). Nel complesso però a Nordest prevalgono produzioni a bassa e media tecnologia, dato il peso dell’alimentare, del tessile e dei beni per la casa, il cuore del Made in Italy. Quando si vede l’effetto della crisi sul numero delle imprese che hanno ceduto il passo, il bilancio di questo ultimo settore risulta devastante: nei beni per la casa il Nordest ha perso circa un terzo delle medie aziende, mentre, tanto per avere un termine di paragone, nella meccanica il bilancio finisce in un piccolo negativo solo per effetto del fatto che molte aziende sono state comprate da mani straniere e quindi sono uscite dal campione. E’ la specializzazione nei settori a bassa tecnologia la ragione della sconfitta? Non si direbbe se dai dati di struttura si passa a quelli di sviluppo del fatturato. Il Nordest, infatti, prevale sia nel settore alimentare che in quello chimico farmaceutico (non bisogna dimenticare che la statistica annovera nel Nordest anche l’Emilia Romagna, che quando si parla di Nordest è sempre un po’ fuori dall’immaginario). Ma è rimasto indietro, rispetto al Nordovest, sia nei beni per la casa che nelle produzioni ad alta tecnologia. Di chi allora la colpa? Alla ricerca di spiegazioni Mediobanca e Unioncamere hanno setacciato i bilanci per capire se fossero gli imprenditori ad essersi comportati diversamente nell’affrontare questi anni. Ma alla fine non sono emerse grandi differenze. Entrambi i sistemi imprenditoriali hanno fatto investimenti, in questo campo il Nordest è addirittura più virtuoso. Hanno fornito capitali alle aziende, il Nordovest un po’ più del Nordest. Tutti e due hanno lasciato gli utili nelle loro imprese, non le hanno, cioè, dissanguate. “Sarebbe allora interessante capire cosa non ha funzionato” — dice Gabriele Barbaresco dell’Ufficio studi di Mediobanca che ha presentato la ricerca di fronte ad una platea di industriali nordestini riuniti a Pordenone. “Forse la ragione va trovata altrove e cioè nei deficit strutturali (viabilità, aeroporti, livello di istruzione-formazione- managerialità) come sostiene una monumentale ricerca della Banca d’Italia”. Oppure potrebbero entrare in gioco, elementi storico “antropologici” come sostiene uno degli imprenditori di successo di queste zone: “ La crisi ha messo a nudo la fragilità di un Nordest che paga probabilmente una tradizione di industrializzazione più’ recente e spontaneista rispetto ad una maggiore strutturazione storico organizzativa che rende il Nordovest più resiliente”, dice Sergio Barel amministratore delegato della Brovedani. “Oggi ad aziende piccole che la crisi ha lasciato sole si aggiungono le difficoltà di grandi gruppi come Electrolux, una fase che forse il Nord-ovest ha già vissuto e sperimentato”.

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