Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il Qe come arma per indebolire l’euro

Di sicuro, sui mercati finanziari, c’è soltanto che la Banca centrale europea, dopo aver esaurito tutte le altre opzioni, si è finalmente decisa a comprare titoli di Stato su larga scala, il quantitative easing, o Qe, per stimolare un’economia asfittica e arginare il rischio deflazione.
Un sondaggio condotto ieri dall’agenzia Reuters fra operatori di mercato e investitori rivela che la quasi totalità degli interpellati si aspetta un annuncio dopo la riunione di consiglio di giovedì prossimo a Francoforte. Ma una serie di dettagli decisivi, dall’importo dell’operazione, al mix di titoli, alle modalità di ripartizione del rischio, il vero punto critico, verranno decisi solo dopo la discussione in consiglio, dove permane una frangia di dissenso tutt’altro che marginale. E toccherà probabilmente alla sensibilità del presidente Mario Draghi spingere per soluzioni più o meno radicali, a seconda dell’equilibrio che riuscirà a trovare fra un disegno delle misure che le renda efficaci e la ricerca del consenso più ampio possibile. La sua dichiarazione di due anni fa, di voler fare «tutto il necessario» per salvare l’euro, verrà messa un’altra volta alla prova.
Sciolto il dubbio sul “se” si farà il Qe, cominciano a definirsi le opzioni sul “come”. L’intenzione annunciata dalla Bce il mese scorso è di far crescere il proprio bilancio di circa mille miliardi di euro, in altre parole di stampare moneta, visto che i tassi d’interesse, a zero, sono ormai inutilizzabili. È possibile che la settimana prossima la Bce faccia riferimento di nuovo a questa cifra piuttosto che a un importo fisso per il Qe. L’altra possibilità, di annunciare acquisti di titoli mensili fin quando non si raggiunga l’obiettivo di avvicinare l’inflazione al 2% (come ha fatto la Federal Reserve con la disoccupazione al 6,5%) è complicata dalla difficoltà di definire il raggiungimento di quest’obiettivo nel medio termine. In questo modo la Bce dovrebbe puntare, secondo la maggior parte degli economisti di mercato, a comprare titoli di Stato per almeno 500 miliardi di euro, dato che il resto dell’espansione di bilancio dovrebbe venire dalle misure già annunciate, come i prestiti Tltro alle banche e gli acquisti di covered bond e Abs, cui potrebbero aggiungersi altre attività, come obbligazioni di enti europei e societarie. Il bersaglio grosso, comunque, è il debito pubblico, un mercato da circa 7mila miliardi di euro, nel quale nel 2015 si prevedono emissioni lorde per 900 miliardi. I mercati sono convinti che la Bce possa procedere per correzioni successive, ricalibrando importi e modi, come in fondo ha fatto la Fed, che al Qe1 ha fatto seguire il Qe2 e il Qe3.
Perché la verità, e lo ammettono anche alla Bce e nelle altre banche centrali europee, è che nessuno è sicuro dell’effetto che il Qe avrà sui mercati, sull’economia e soprattutto sull’inflazione. Quest’ultimo potrebbe essere anche modesto, almeno in un primo tempo. Dentro e fuori la Bce, invece, quasi tutti contano che si abbia un impatto forte sul calo dell’euro e questo possa poi indirettamente aiutare crescita e prezzi. Il Qe della Bce è un semplice gioco sul cambio, ha detto nei giorni scorsi Tim Adams, capo dell’Iif, l’associazione delle grandi banche internazionali.
Il mix dei titoli da comprare rifletterà probabilmente le quote dei Paesi nel capitale della Bce, il che vorrebbe dire (su 500) 129 miliardi di Bund tedeschi, 101 di titoli francesi, 88 italiani, 68 spagnoli. Troppa Germania, considerato che i rendimenti dei Bund fino a 5 anni sono già a zero e a 10 anni sono ai minimi storici, ma la ripartizione alternativa, secondo la dimensione del mercato, vorrebbe dire troppa Italia (132 miliardi) per essere digerita dai tedeschi. Più complesso combinare i due criteri. Scartata probabilmente l’ipotesi di comprare solo titoli tripla A (ancor più Germania), ci si dovrebbe orientare sui titoli investment grade, quindi con l’esclusione dei soli Grecia e Cipro, fatta salva, forse, come si fa per il collaterale, l’applicazione di un programma economico. Quello greco sta per scadere e proprio tre giorni dopo il consiglio Bce ad Atene si andrà a votare: sull’inclusione della Grecia nel Qe è possibile un rinvio a quando l’orizzonte politico e del debito sarà più chiaro.
Il vero nodo della decisione sarà la ripartizione del rischio del Qe: la prassi della politica monetaria vorrebbe che fosse condiviso. Se riterrà che possa servire ad aumentare l’importo o ad accelerare gli acquisti (500 miliardi su un anno, invece che due, lo renderebbero simile al ritmo del Qe3 della Fed), Draghi potrebbe spingere il compromesso ventilato dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, di tenerne sui libri della Bce solo una parte, lasciando il resto alle banche centrali nazionali, che acquisterebbero i titoli dei rispettivi Paesi. Un segnale negativo di frammentazione, un rischio di nuovo allargamento degli spread, se non subito, alla prima crisi. Ma un prezzo che Draghi potrebbe voler pagare alla ricerca del consenso. Su mercati dove ha creato grandi aspettative, sarà un esercizio difficile evitare la delusione.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa