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Il processo sommario fa il pieno

di Giovanni Negri

Primo sì alla riduzione dei riti nel processo civile. Il Consiglio dei ministri svoltosi ieri ha infatti approvato lo schema di decreto legislativo che provvede a ricondurre a tre modelli base un nutrito pacchetto di formule processuali disperse. Ora il testo passa all'esame del Parlamento per i pareri prima del via libera definitivo.

Silvio Berlusconi tiene a sottolineare come «nella procedura civile ci sono oggi 33 modalità di processi disciplinati in modo differente, una selva inestricabile. Ora li abbiamo ricondotti a tre tipi: il rito del lavoro, il rito ordinario di cognizione e il rito sommario per processi con evidenti prove. Si tratta di un decreto attuativo con cui si completa il percorso della riforma del processo civile che abbiamo iniziato nel 2009».

In realtà il decreto provvede più a una razionalizzazione che a una semplificazione, visto che vengono fatte salve comunque molte specificità dei riti speciali. La stessa relazione al testo ammette che l'intervento «non può ritenersi esaustivo delle esigenze di semplificazione e di razionalizzazione del sistema processuale civile, in conseguenza delle rilevanti delimitazioni contemplate dalla legge di delega, che ha escluso la possibilità di intervenire sulle disposizioni processuali in materia di procedure concorsuali, di famiglia e minori» e altre.

Nel dettaglio, la riconduzione è avvenuta privilegiando il modello del rito del lavoro per i procedimenti in cui erano prevalenti i caratteri della concentrazione delle attività processuali oppure nei quali venivano previsti ampi poteri di istruzione d'ufficio. Sono stati ricompresi, invece, nel procedimento sommario di cognizione i procedimenti speciali caratterizzati da una accentuata semplificazione della trattazione o dell'istruzione della causa, rivelata, spesso nella maggior parte dei casi, dal richiamo della procedura camerale. Per i procedimenti nei quali, viceversa, non è stato possibile individuare queste caratteristiche, si è operata una riconduzione, come criterio di semplificazione residuale, al rito ordinario di cognizione.

Caute le reazioni dell'avvocatura con l'Unione delle camere civili che, per bocca del presidente Renzo Menoni, avverte che «rischia di trattarsi di una amplificazione assai limitata perché di fatto il decreto provvede ad accorpare procedimenti diversi più che a innovarne le forme applicative. Servirebbe un vero tavolo di confronto, senza steccati o pregiudizi, tra avvocati, magistrati e ministero per affrontare i veri nodi della macchina giudiziaria».

E per Maurizio De Tilla, presidente dell'Oua, «si poteva fare di più per rendere la nostra giustizia ancor più celere ed efficace. La situazione attuale è un assurdo con ben 33 riti, ma si poteva fare molto di più e ridurre fino a due. La ragione di questo limite è anche nel fatto che la delega è insufficiente. Forse sarebbe opportuno colmare le lacune dell'attuale delega attraverso un'ulteriore disposizione legislativa, così come è scritto nella stessa relazione che accompagna il decreto». Positiva, a una lettura ancora parziale, anche la valutazione della presidente dell'Anf, Ester Perifano.

 

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