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Il processo digitale dopo un anno non rinuncia alla carta

È un compleanno con cadeaux quello che il processo civile telematico, che ha debuttato nei tribunali il 30 giugno 2014,si prepara a festeggiare. A cominciare dalle nuove risorse in arrivo: 45 milioni per quest’anno, 3 per l’anno prossimo, 2 per il 2017 e 1 milione a partire dal 2018. Non è, però, l’unica novità contenuta nel decreto legge approvato martedì scorso dal Consiglio dei ministri.
Il provvedimento prevede anche la possibilità del deposito dell’atto introduttivo o del primo atto difensivo in formato digitale, così da avere regole più uniformi in una situazione che ciascun ufficio giudiziario interpretava con discrezione. Inoltre, si conferisce alla difesa o ai suoi consulenti il potere di cerfiticare la conformità della copia informatica di un atto nato in modalità analogica.
Si tratta di correttivi che dovrebbero permettere al processo telematico, che da domani entrerà a regime anche nelle Corti di appello, di viaggiare ancora più spedito.
I numeri presentati dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, a New York nei giorni scorsi durante il road show per illustrare agli imprenditori statunitensi le riforme del processo civile, parlano di una crescita del processo informatizzato, che negli ultimi dodici mesi ha ricevuto 13,7 milioni di comunicazioni digitali.
Sul fronte degli avvocati e degli altri professionisti legali si tratta di un aumento continuo almeno per quanto riguarda questa prima parte dell’anno, mentre nel 2014 l’andamento è stato più oscillante, con una depressione fisiologica della linea in corrispondenza di agosto, quando l’attività degli studi e dei tribunali risulta fortemente ridotta per via delle ferie. In ogni caso, dai 64mila provvedimenti digitali depositati a giugno 2014 si è arrivati ai 577mila del mese scorso. Un incremento rilevante – anche se va considerato che si partiva da zero – che può essere ulteriormente differenziato in atti endo-procedimentali, che hanno fatto registrare un +492%, e atti introduttivi, forti di un aumento dell’800 per cento.
Discorso analogo per quanto riguarda i documenti depositati dai magistrati, per quanto la crescita sia più altalenante anche con riferimento a questi primi cinque mesi dell’anno. In questo caso gli incrementi sono meno eclatanti, da una parte perché i numeri sono più bassi dato che le toghe gestiscono in via digitale un numero minore di atti rispetto alla difesa, dall’altro perché già al momento del debutto del processo telematico una parrte della magistratura i aveva iniziato a lavorare in modalità informatica. Infatti, a giugno 2014 gli atti creati in formato digitale dai magistrati erano quasi 117mila, saliti a 323mila a maggio scorso.
Tutto questo si è tradotto in un taglio dei tempi. Secondo un monitoraggio realizzato dalla Giustizia in cinque distretti – Ancona, Catania, Milano, Napoli e Roma – a febbraio scorso il tempo per emettere un decreto ingiuntivo telematico si era ridotto, rispetto alla tempistica del processo analogico, anche della metà. È il caso di Milano e Roma, dove si è passati da circa 40 a una ventina di giorni. Rapidità che, insieme agli altri vantaggi del processo telematico (meno uso di carta, di spese di notifica e di altri adempimenti) dovrebbe – secondo il ministero – portare a un risparmio di 48 milioni di euro.
Tutto bene, dunque? Non proprio. I progressi indubbiamente ci sono, ma c’è ancora parecchia strada da fare. Per Carla Secchieri, componente del Consiglio nazionale forense, una forte criticità è data dal fatto che si facciano pagare alla difesa, con la dichiarazione di inammissibilità degli atti, la violazione di norme squisitamente tecniche, spesso applicate in modo diverso da tribunale a tribunale. «Il recente decreto legge – afferma – corre in parte ai ripari. È pur vero che le criticità emergono con la pratica. Fondamentale, anche per il futuro, è essere tempestivi con gli interventi correttivi».
Secondo Renzo Menoni, presidente dell’Unione camere civili, il vero problema è che continua a persistere il doppio canale carta-digitale. «In molti tribunali – commenta – i processi continuano a essere verbalizzati manualmente. E poi c’è il problema della formazione, in particolare del personale di cancelleria. È, però, importante che un anno fa si sia partiti e che si sia previsto presso il ministero un tavolo permanente per aggiustare il tiro».
Sulla formazione punta il dito anche l’Aiga, l’associazione dei giovani avvocati. «La giustizia telematica – afferma la presidente Nicoletta Giorgi – ha bisogno di risorse e formazione. Le prime sono arrivate con il recente decreto legge. Ora aspettiamo il resto. Anche perché se il processo digitale non viene applicato correttamente, invece di procedure più rapide, si rischia di ottenere l’effetto contrario».
È quanto accade per alcuni adempimenti. Secondo un monitoraggio effettuato dall’Aiga a marzo scorso, i tempi per la verbalizzazione in udienza sono – secondo il 34% degli intervistati (ha invece detto il contrario il 27%) – aumentati dopo l’introduzione del sistema telematico.

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