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Il private debt rilancia l’equity Che ora è pronto a ripartire

Il mercato del private equity ha rialzato la testa, offrendo così ricche opportunità di business per gli studi legali che si trovano a fronteggiare il calo delle commissioni legate ai business tradizionali. Anche se la ripresa economica stenta ad affermarsi, infatti, rispetto anche a qualche trimestre fa oggi c’è una maggiore disponibilità degli imprenditori a prendere in considerazione l’apertura del capitale verso gli investitori istituzionali.

Con la conseguenza di aspettative più ridotte sul fronte dei multipli. A dominare il mercato sono soprattutto gli operatori stranieri, che – grazie ai tassi ai minimi storici – si finanziano a tassi contenuti, e in questo modo possono guardare con interesse anche a realtà che hanno bisogno di grandi iniezioni di liquidità per crescere. In questa direzione aiutati dal rinnovato interesse del mondo finanziario (la nascita dei fondi di debito è indicativa al riguardo), che è tornato a garantire una leva pari al 50% dell’operazione.

Focus sulle medie aziende

«I segnali che arrivano dal mercato sono molto positivi: a livello internazionale i timori sulla tenuta dell’Italia sono stati superati e molti grandi investitori oggi guardano con interesse alle aziende italiane», annota Guido Testa, partner di Orrick. Secondo il quale le occasioni ci sono, ma non per tutti. «Le piccole imprese restano al di fuori del radar degli investitori, come del resto è sempre accaduto, perché le loro dimensioni riducono gli spazi di manovra dei fondi».

Il cui interesse si dirige prevalentemente verso «medie aziende, con una forte vocazione internazionale e posizioni di leadership acquisita nei segmenti di nicchia». Quanto ai settori merceologici, Testa indica tra i più interessanti la meccanica («nelle sue numerose sfaccettature») e l’alimentare.

Dello stesso avviso è Andrea Accornero, partner di Simmons & Simmons, che cita la combinazione di tre fattori alla base di questo trend: «Innanzitutto l’abbondante liquidità in circolo sui mercati favorisce la ricerca degli investimenti; quindi la disponibilità in Italia di numerose aziende che hanno raggiunto livello di eccellenza nei settori di riferimento; infine la possibilità di condurre in porto le operazioni su multipli di Ebitda più contenuti rispetto ai Paesi nordici».

Non che vi siano dubbi sulla tenuta del nostro debito pubblico, ma le difficoltà del fare impresa nella Penisola sono ben presenti agli operatori istituzionali, che per questo sono disposti a investire solo a fronte della prospettiva di ritorni maggiori. In questo scenario un ruolo decisivo lo gioca anche il mutato atteggiamento da parte degli imprenditori, soprattutto quelli che sono alle prese (o vicini) con il passaggio generazionale: «Dopo anni di sofferenza, chi è rimasto sul mercato in molti casi ha compreso che probabilmente è meglio monetizzare e distribuire il ricavato ai familiari, piuttosto che insistere in uno scenario di mercato che penalizza le realtà che non hanno dimensioni tali da poter competere con i grandi gruppi stranieri», aggiunge Accornero.

Mia Rinetti, partner di Pavia e Ansaldo, vede un mercato «in fermento», grazie alla crescita internazionale e all’attesa stabilizzazione dell’economia nazionale.

Quindi cita tra i settori più interessanti quello «consumer, e in particolare le aziende dell’agroalimentare (che quest’anno potranno beneficiare anche del volano di Expo), del fashion & Luxury (che in Italia annovera ancora eccellenze spesso a conduzione familiare che devono magari affrontare la problematica del ricambio generazionale) e del farmaceutico, healthcare e life science (che già nel 2014 hanno registrato importanti risultati in termini di acquisizioni concluse)». La necessità di patrimonializzazione evidenziata dell’asset quality review e degli stress test sulle banche italiane inducono Rinetti a ritenere che anche il settore dei financial services potrebbe costituire un comparto capace di esprimere particolari opportunità di investimento nel 2015.

Il nodo dell’exit

L’investitore private è, per sua natura, a tempo, e questa particolarità rende fondamentale l’analisi sulla fase di uscita. Riccardo Bovino, responsabile dipartimento corporate de La Scala, sottolinea che «la tendenza più recente vede un incremento del numero di operazioni di m&a finalizzate ad accrescere le performance (margini e/o volumi di fatturato) delle società target, in vista proprio dell’exit degli investitori». Come dire che il mercato potrebbe far registrare un aumento dei deal, ma finalizzati a rendere più conveniente la possibile uscita di chi ha investito alcuni anni fa (quando magari la crisi era meno pesante) e ora cerca nuovi compratori. «Se in questo scenario si materializzano altri fondi disposti a loro volta ad investire, il trend porterà vantaggi diffusi; diversamente sarebbe un problema non da poco, anche sistemico», avverte.

Predica prudenza anche Claudio Cerabolini, socio di Clifford Chance: «Alcuni fondi hanno raccolto da poco capitali e altri lo stanno facendo, anche grazie alla migliore immagine di cui il paese gode in questo momento presso gli investitori istituzionali esteri», sottolinea. Ricordando che le condizioni di mercato sono migliorate anche grazie all’abbondante liquidità in circolo nel sistema bancario. «Tuttavia resta difficile per gli operatori identificare target in cui investire. Non che il nostro paese sia povero di belle aziende. Di belle aziende ce ne sono parecchie, ma persiste un disallineamento di valutazioni tra chi vende e chi compra e sugli asset più interessanti c’è notevole competizione tra gli operatori, con un conseguente incremento dei prezzi e maggior rischio di non avere ritorni sufficienti all’exit».

Quanto alle realtà più interessanti per gli investitori, Cerabolini indica le «aziende in crescita con un track record, teconologia e prodotti a valore aggiunto, auspicabilmente marchio riconoscibile e con la possibilità di sbarcare su mercati esteri e aumentare rapidamente il proprio fatturato anche mediante acquisizioni».

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