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Il prestanome è senza immunità

Dalla Cassazione arriva una nuova stretta su prestanome e teste di legno. La Terza penale (sentenza 47110/13, depositata ieri) ha ordinato un nuovo processo per l’amministratore (formale) di una srl assolto dal tribunale di Treviglio con la formula più ampia «per non aver commesso il fatto» dai reati di dichiarazione infedele e di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Nonostante il ruolo defilato “per contratto” il prestanome, secondo la Corte, riveste una posizione di garanzia che lo vincola a conservare il patrimonio sociale e a impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi.
L’interpretazione severa della Terza, comunque, è nel solco di una serie di precedenti che equiparano ad ampio spettro gli amministratori di fatto a quelli formalmente investiti, un’equiparazione che evidentemente deve essere letta in una relazione bi-direzionale (sentenze 23425/11; 28819/08; Sezioni Unite civili 6719/05; 21757/05).
I fatti di causa erano relativi all’esito di un processo di primo grado che, prendendo atto della gestione “ombra” di una srl – operata da un imprenditore già dichiarato fallito e perciò schermato da una “testa di legno” – aveva assolto il prestanome dalla duplice imputazione di dichiarazione infedele ed emissione di fatture per operazioni inesistenti (articolo 4 Dlgs 74/2000). Secondo il tribunale di Treviglio la predisposizione e la presentazione della dichiarazione dei redditi «ben potevano essere state poste in essere da altri», cioè dal reale “dominus”, e inoltre dagli atti risultava provato che la testa di legno era estraneo alla vita della società, «gestita a sua insaputa». Una lettura, questa, che ha indotto il Pg di Brescia a ricorrere direttamente in Cassazione per violazione di legge, in particolare per aver ignorato la responsabilità verso la società (articolo 2392 del codice civile) e il dovere generale, connaturato alla carica, di impedire l’evento lesivo (articolo 40 capoverso del codice penale). La Terza sezione, nell’avallare questa impostazione, ha dapprima dato contenuto alla previsione generale del codice civile («per addebitare il concorso al prestanome, questa corte ha fatto ricorso al dolo eventuale; si è sostenuto cioè che il prestanome accettando la carica ha anche accettato i rischi connessi alla carica»), integrandola inoltre con le disposizioni in materia fiscale e poi tributaria. Sul primo aspetto il Dpr 322/98 (articolo 1) stabilisce che la dichiarazione dei soggetti diversi dalle persone fisiche è sottoscritta a pena di nullità dal rappresentante legale o, in mancanza, da chi ne ha l’amministrazione, anche di fatto, o da un rappresentante negoziale. Rappresentante legale che deve considerarsi mancante anche in presenza di un prestanome che non ha alcun potere o ingerenza dentro la società. A lui può essere contestato il concorso «a condizione che ricorra l’elemento soggettivo proprio del singolo reato».
Quanto al versante tributario, è lo stesso articolo 11 del dlgs 472/97 a parificare il legale rappresentante all’amministratore di fatto, sancendone la diretta responsabilità per le sanzioni.
L’equiparazione dei due ruoli, poi, può dirsi compiuta e pure con effetto retroattivo, secondo la Corte – in quanto la sua natura interpretativa è applicabile anche a fatti pregressi – nella formulazione del nuovo articolo 2639 del codice civile in materia di reati societari («Estensione delle qualifiche soggettive»). Un principio che incide non solo sulla configurabilità del concorso dell’amministratore di fatto nei reati commissivi ma anche in quelli omissivi propri, nel senso che autore principale del reato è proprio l’amministratore di fatto, salva la partecipazione di estranei all’amministrazione secondo le regole del concorso di persone nel reato.

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