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Il pressing sui prestiti alle imprese e il rischio bond

ROMA — «Mai come ora le banche sono chiamate a fare bene il loro mestiere», ha avvertito Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, intervenendo all’assemblea dell’Abi. Non è una cosa semplice, ha aggiunto. «Le banche sono chiamate a decisioni difficili: non far mancare finanza alle imprese solide ed evitare di prolungare il sostegno a quelle senza prospettiva». È «l’essenza della sana e prudente gestione» che nel prestare soldi non deve tenere conto di «relazioni e legami» con i clienti ma solo «della solidità dei progetti imprenditoriali». Perché è «anche dall’esito di queste scelte che dipendono i tempi e l’intensità della ripresa».
La sfida è significativa. Il premier Mario Monti non ha citato il sistema del credito nel suo paragone bellico, ma forse le banche, perlomeno quelle italiane, sono convinte di essere anche loro in un percorso di guerra. Lo dice l’analisi preoccupata del presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari e lo confermano le reazioni, in gran parte di sorprendente riserbo, dei rappresentanti di spicco del mondo del credito presenti all’assemblea romana. «Le banche sono vittime della crisi determinata dal debito sovrano, che a sua volta è stato generato dai governi», ha affermato l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Enrico Cucchiani, esprimendo il mood prevalente nella sala. «Il problema è lo spread», ha sostenuto Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit che raccoglie la denuncia di un’eccessiva ampiezza, circa 300 punti in più, del differenziale con i Bund tedeschi, fatta sia da Visco e sia da Monti.
I banchieri guardano all’Europa e pensano che il governo, come ha detto il presidente delle Generali, Gabriele Galateri di Genola, abbia preso «la strada giusta». Ma poi ripetono, assieme a Mussari, che non vogliono essere penalizzate rispetto alle concorrenti straniere, che non hanno contribuito in alcun modo a determinare la crisi di cui appunto si sentono vittime. Il nodo però rimane la disponibilità di credito e il fatto che, e ieri Visco lo ha ripetuto, le banche non devono far mancare il sostegno all’economia, anche se con prudenza nella valutazione del merito dei finanziamenti, e devono diventare più efficienti, riducendo i costi e riorganizzando le reti. E diminuendo anche le retribuzioni del top management. È un tasto questo che Bankitalia ripete da tempo e che sembra non abbia però fatto ancora breccia nelle banche più defilate, di media dimensione. E su chi, pur non avendo ruoli esecutivi, cumula incarichi, e bonus, all’interno dei gruppi. Ieri poi Visco è andato oltre, chiedendo alle banche di «ridimensionare» anche l’entità delle buonuscite: «Trattamenti troppo generosi pongono vincoli alla prudente gestione e al corretto funzionamento dei meccanismi di governance», ha detto.
E poi ha sollecitato anche nuovi rafforzamenti di capitale, sopra la soglia stabilita dai parametri di Basilea3. I progressi sul fronte patrimoniale «vanno consolidati» ha rilevato Visco anche se ieri l’Eba, l’autorità di vigilanza europea, ha confermato come i 5 maggiori gruppi italiani, coinvolti nella verifica dell’adeguatezza del capitale anche di fronte alle oscillazioni dei titoli pubblici in portafoglio, abbiano superato l’esame con l’aiuto pubblico solo per Mps.

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