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Il pressing di Bruxelles su Mario i leader Ue chiedono garanzie per il futuro di palazzo Chigi

È questa nuova constatazione che sta spingendo Mario Monti a gettare lo sguardo oltre la primavera del 2013. Dieci giorni fa, nella lunga notte del consiglio europeo, il premier se l’è sentito ripetere più di una volta: «Mario, quando voi non sarete più al governo, chi può garantire che l’Italia si manterrà sul sentiero del consolidamento di bilancio?». Anche il Fondo Monetario ieri ha messo nero su bianco che «il programma di aggiustamento è appena iniziato e resta molto da fare». Ma il punto è che anche durante l’Eurogruppo di lunedì e nel corso dell’Ecofin di ieri, quasi tutti gli interventi relativi alla situazione italiana ruotavano sull’incertezza politica del prossimo anno. Con un interrogativo, a volte anche esplicito e sottolineato dai “falchi” come Finlandia e Olanda, sulla continuità dell’attuale esecutivo. Un pressing di cui il Professore è pienamente consapevole a cui non intende dare una risposta affermativa almeno per i prossimi mesi.
Eppoi, con quale maggioranza potrebbe rimanere l’ex rettore della Bocconi a Palazzo Chigi? È la stessa domanda che angoscia il premier da settimane e che l’ha portato, in una serata provenzale, di fronte a interlocutori fidati, a lasciare solo aperta la possibilità di proseguire il suo impegno a palazzo Chigi anche dopo il 2013.
Parole smentite ieri in pubblico, com’era ovvio, ma con una formula che lascia comunque aperta la strada all’eventualità di essere richiamato come “riserva della Repubblica” se la gravità della situazione dovesse richiederlo. Insomma, come Casini va dicendo da qualche tempo agli amici, «contiamo sul suo spirito di servizio». C’è chi immagina, in caso di vittoria del centrosinistra, un suo trasferimento all’Economia per fare, come dicono i suoi, «il Padoa-Schioppa». Una situazione che impedirebbe lo svuotamento, pezzo a pezzo, delle riforme faticosamente portate a casa finora: quanto sta accadendo con la legge Fornero costituisce per Monti un precedente istruttivo. Anche se, confida un ortodosso montiano come Benedetto Della Vedova, «è difficile convincere un Papa a tornare cardinale».
La strada verso una riconferma a palazzo Chigi è tutt’altro che esclusa dalla coalizione che sostiene il Professore ma per ora non è confermata dal diretto interessato. Per il centrista Peppino Gargani, una volpe di lungo corso, è persino «scontato che Monti ci proverà a restare a palazzo Chigi. In queste condizioni qualcuno può pensare davvero che torni alla Bocconi?». Ma, al di là delle ambizioni dell’uomo, quello che angoscia il premier è proprio la componente irrazionale dei mercati, quel voto di sfiducia preventivo verso la politica che ogni giorno muove i broker dei fondi speculativi. Ieri, nella conferenza stampa al termine dell’Ecofin, non a caso il premier ha citato proprio la «capacità di governance» del paese tra i fattori decisivi per conquistare l’opinione di chi deve comprare i buoni del Tesoro italiani. Con un’avvertenza: «Nel novembre scorso gli occhi erano concentrati su quello che questo governo sarebbe riuscito a fare o no. A gennaio sarà quasi irrilevante quello che questo governo riuscirà a fare e sarà dominante l’altra cosa». Ovvero chi andrà al governo e con quale programma. E se lo spread resterà così alto nessuno a quel punto potrà escludere che l’Italia debba ricorrere all’aiuto del fondo salva-Stati, con tutte le limitazioni di sovranità che questa procedura comporta. Insomma, Monti garantisce per sé, il futuro resta un’incognita.
La questione del 2013 s’intreccia poi inevitabilmente con la riforma elettorale. Perché una legge che togliesse il premio di maggioranza alla coalizione (com’è ora il Porcellum) potrebbe favorire la riproposizione della maggioranza “strana” con Monti a palazzo Chigi. Che è proprio quello che Bersani non vuole.
Intanto la partita europea, su cui Monti ha scommesso il suo successo, sembra dare finalmente le prime soddisfazioni. Non c’è soltanto la conclusione positiva dell’eurogruppo che, come dice Enzo Moavero, «in tempi normali sarebbe stata salutata come una giornata storica per l’Europa». Il fatto è che il premier è riuscito a rompere il ghiaccio persino con Jutta Urpilainen, la ministra delle finanze finlandese, ultrà rigorista. Dopo la ruggine dei giorni scorsi, i due hanno avuto un lungo chiarimento a margine dell’eurogruppo. Un incontro che ha spinto Monti ad immaginare un modo per superare definitivamente la barriera di diffidenza e i «pregiudizi» anti-italiani che ancora resistono nel vasto nord: il premier ha intenzione di effettuare quanto prima un “tour della simpatia” che tocchi Helsinki e Amsterdam, le due capitali del rigore finanziario, per esportare l’immagine della sua «nuova Italia ». Quella che resterà anche dopo il 2013.

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