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Il pressing dei leader Ue sul premier

OSLO — Ci sono venti sedie disposte su due file, le prime. Sono quelle riservate ai venti leader venuti qui oggi. Nella prima fila davanti a tutti, sulla quarta sedia accanto a François Hollande, la cancelliera tedesca Angela Merkel. Esattamente dietro di lei, Mario Monti. E dietro Monti, Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea. Durante il concerto la cancelliera si gira più volte, scambia battute e sorrisi con Monti alle sue spalle. Sembra chiedere qualcosa, ascolta attentamente. Certe occasioni sono fatte anche di questo, di simboli magari casuali. E quel premier italiano presto dimissionario, seduto fra i due leader più importanti d’Europa, pare in qualche modo personificare ciò che l’Italia è stata in questa cerimonia per la consegna del premio Nobel: la grande «osservata», la protagonista — neppure tanto nascosta — di una preoccupazione generale che riguarda il suo presente, la crisi di governo all’orizzonte, come il futuro dopo le elezioni.
Erano rassicurazioni, forse più ancora che informazioni, quelle che i 20 leader attendevano da Monti. Così come le attendevano i tre insigniti del premio: il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, il presidente del Consiglio dei ministri Ue Herman Van Rompuy, e quello dell’Europarlamento Martin Schulz. Tutti hanno chiesto, infatti. Merkel e Hollande lo hanno fatto in un incontro a tre con il premier italiano, subito dopo il pranzo ufficiale. Merkel anche in altri momenti, da sola, più volte. E gli altri leader a turno. Su questi colloqui non è trapelato nulla, se non la constatazione pacata di uno «sherpa», un consigliere diplomatico: «Volevano sapere che cosa succede nel vostro Paese, ecco tutto». E ognuno avrà avuto le sue buone ragioni: la Spagna affannata perché vede nell’Italia uno degli snodi centrali della sua rete di sicurezza, e ne teme l’indebolimento; la Germania, primo cassiere del continente, perché teme ugualmente gli scossoni di Roma, ma per ragioni opposte; e così tutti gli altri. Come ha ribadito l’altro giorno un economista finlandese: «Com’è noto, l’Italia è troppo grande per andare in bancarotta: ma anche per essere salvata…».
Il padrone di casa, il premier norvegese Jens Stoltenberg, ha avuto l’occasione per le sue domande in un incontro bilaterale con Monti. La sua nazione non appartiene all’Eurozona né alla Ue, è anzi uno degli Stati più euroscettici del continente, eppure gli eventi italiani sembrano interessarla — e preoccuparla — né più né meno come preoccupano gli altri. Quanto a Barroso, a Van Rompuy e a Schulz, le loro domande a Monti sono nate anche dall’altro appuntamento cruciale dei prossimi giorni, quello del vertice dei capi di Stato e di governo, a Bruxelles, giovedì e venerdì: che ruolo vi giocheranno l’Italia e il suo spread, l’incertezza politica del presente? Da Bruxelles, dalla Commissione europea, con la voce di Barroso è già arrivato qui a Oslo un primo monito: non si commenta la politica interna di un Paese, ma «avanti con le riforme», chiunque sia domani al timone del governo italiano. Barroso lo dice ancora più chiaramente, in un’intervista con Sky Tv: «Spero che le prossime elezioni non siano un’occasione per eludere le riforme». Anche Van Rompuy premette ovviamente di non voler interferire con gli affari interni di un Paese Ue, ma poi va a fondo: «Mario Monti ha fatto un grande lavoro come primo ministro, ha ristabilito la fiducia nell’Italia, che ha un ruolo chiave nell’Eurozona. Spero che le sue politiche continuino anche dopo le prossime elezioni».
Nel primo pomeriggio di Oslo, con un gran cielo azzurro, la cerimonia sta per finire. Monti ha alla sua sinistra il «rigorista» finlandese Jirki Katainen, alla destra il socialista belga Elio Di Rupo. La violinista attacca un’aria malinconica. Nel loggione, sul telefonino di una giornalista francese, arriva da Milano l’ultimo sussulto dello spread. Angela Merkel torna a voltarsi, sussurra e sorride, e solo lei saprà il perché.

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