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Il premier e le partite Iva sedotte ma deluse

Alla fine il governo Renzi ha deluso profondamente partite Iva e freelance. Come era avvenuto per il governo Monti anche il nuovo esecutivo aveva fatto capire, a parole, di voler sfidare il potere di veto dei sindacati confederali e in parallelo di voler aprire alle istanze del lavoro indipendente. E per far passare questo messaggio si erano utilizzate a uso delle televisioni anche le slides delle conferenze stampa di palazzo Chigi. Ma anche questa volta alle parole non sono seguiti i fatti e sulla Rete rimbalza la delusione delle piccole associazioni che si sforzano di rappresentare il lavoro professionale autonomo. 
Siccome le partite Iva non sono come i Forconi non si può parlare di blocchi stradali o di violenze di strada ma stavolta si ha l’impressione che qualcosa accadrà, almeno, sul piano dei comportamenti fiscali e contributivi.
Due sono le scelte che alimentano il casus belli: a) La legge di Stabilità nella versione approvata al Senato non ha bloccato l’aumento dei contributi alla gestione separata dell’Inps e ha dato via agli aumenti decisi proprio dal governo Monti. Dal 1° gennaio 2015 si passerà dal 27,72 al 29,72% e poi un punto l’anno fino al 33,72%. b) La legge di Stabilità modifica il vecchio regime dei minimi, adottato sotto la gestione Tremonti, che aveva scelto un forfettone semplificato a 30 mila euro con prelievo del 5%. Ora i minimi sono stati cambiati: l’asticella è stata abbassata per «le attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, servizi finanziari e assicurativi» a 15 mila euro con una tassazione del 15% (ma applicato al 78% del fatturato, perché si presume un’incidenza dei costi del 22%). Nella sostanza una mini-stangata che contrasta con lo slogan governativo dell’abbassamento della pressione fiscale.
Operando in questo modo Renzi non ha tenuto in nessun conto la mobilitazione delle partite Iva con l’hastag #siamorotti lanciato da Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni oltre alle prime manifestazioni tenutesi nei coworking.
Il risultato di questa delusione non riguarda solo il posizionamento politico e d’opinione. Molti professionisti a partita Iva potrebbero decidere che non è più sostenibile rimanere dentro la gestione separata Inps e di conseguenza trasmigrare. La prima via di fuga prevede l’apertura di un’attività commerciale più o meno fittizia: il risparmio previdenziale per la partita Iva che diventa commerciante sarebbe già oggi di 4 punti di contribuzione e arriverebbe a 9 dopo gli aumenti previsti.
Già qualche segnale di questo trasloco si è visto e infatti nonostante le molteplici chiusure di negozi e bar gli iscritti alla Cassa dei commercianti sono saliti inaspettatamente di 42 mila unità. Ma non è l’unica opzione.
È possibile che si studi il ricorso alla Sas, società in accomandita semplice, con soci di comodo quasi sempre familiari con cui dividere il fatturato. Il vantaggio della trasmigrazione consiste nel fatto che il socio accomodante non versa contributi. Infine le partite Iva che svolgono attività prettamente creative potrebbero scegliere il regime di diritto d’autore perché esente da contribuzione previdenziale.
Per ora, dunque, si tratta di ipotesi allo studio ma la sensazione è che il dado sia tratto, che prima di arrivare al 33% i freelance passeranno il Rubicone. E per Renzi che doveva sfidare la nomenklatura sindacale e aprirsi al nuovo non è una contraddizione da poco.
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