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Il prelievo estero non fa reddito

Nessuna rilevanza reddituale ai prelievi dai conti esteri non giustificabili. Contenuto delle cassette di sicurezza soggetto solo alle sanzioni da monitoraggio fiscale sull’intero quinquennio 2009-2013, ma non tassabile. E niente quadro RW per l’anno 2015: con la predisposizione della relazione di accompagnamento, che identifica le attività oggetto di emersione alla data di presentazione dell’istanza, gli obblighi di monitoraggio fiscale per l’anno 2014 dovrebbero ritenersi già assolti. Sono queste alcune delle soluzioni prospettate da un documento di studio sulla voluntary disclosure predisposto dall’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Milano, in collaborazione con la Fondazione nazionale commercialisti. Il dossier offre una panoramica delle principali criticità che tuttora frenano il decollo della collaborazione volontaria, fornendo al tempo stesso delle possibili risposte operative. Per quanto riguarda i prelievi esteri, per esempio, viene invocata l’irrilevanza delle presunzioni previste dall’articolo 32 del dpr n. 600/1973, che per gli imprenditori considera i prelevamenti come maggiori ricavi (per i professionisti il meccanismo è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 228/2014).Indicazioni anche per quanto riguarda il calcolo analitico dei rendimenti degli asset finanziari detenuti all’estero. «Molto spesso», osserva lo studio, «la qualità e la quantità dei dati forniti dall’intermediario estero non consentono una puntuale ed esatta ricostruzione storica dei redditi». Da qui una serie di assunzioni di base volte a facilitare il calcolo dei redditi di capitale e dei redditi diversi, inclusi ratei su obbligazioni, operazioni in valuta e contratti derivati cartolarizzati. E dopo aver ribadito il diritto del contribuente a riportare a nuovo le minusvalenze e a compensarle con le plus realizzate in periodi d’imposta successivi, Odcec Milano e Fnc individuano una soluzione pratica per il recupero delle imposte pagate all’estero. Poiché l’articolo 165 del Tuir al momento non consente la detrazione del tax credit direttamente in sede di disclosure, lo studio propone di avvalersi prima del ravvedimento operoso (recuperando quanto pagato all’estero) e poi di presentare l’istanza. Come anticipato da ItaliaOggi del 4 giugno 2015, lo studio conferma che le banche svizzere non riconoscono il facsimile di waiver messo a punto dall’Agenzia delle entrate. Gli istituti elvetici «non accettano nessun altro formato di autorizzazione rispetto a quello elaborato dall’Associazione svizzera dei banchieri e il contribuente italiano non ha alcun potere contrattuale». I due standard contengono previsioni analoghe, ma non identiche, dal momento che quello italiano richiede più informazioni di dettaglio. Non mancano considerazioni a proposito dei rapporti tra voluntary disclosure internazionale e procedura domestica nel caso di soci/amministratori e società. «È fondamentale evitare una doppia tassazione dei redditi non dichiarati», evidenzia il documento, che riporta anche alcuni esempi. Sui tributi che non sono ricompresi nella legge n. 186/2014, come l’Ivafe o l’imposta di successione/donazione, la mancata indicazione nella relazione di tali violazioni «non condiziona in alcun modo l’accesso e la validità della procedura, in considerazione del fatto che per tali imposte rimangono impregiudicati i poteri di controllo dell’amministrazione finanziaria». La carrellata di problematiche non riguarda solo questioni di diritto. Vengono sollevate preoccupazioni, infatti, sulla trasmissione dei documenti allegati tramite posta elettronica certificata (l’Agenzia ha stabilito che le dimensioni dei messaggi non possano superare i 50 megabyte, dovendosi ricorrere viceversa a invii multipli). «Dai primi riscontri è apparso evidente che la maggior parte delle procedure analitiche richiede l’allegazione di una consistente mole di documentazione, che inevitabilmente porta a superare la dimensione massima dei 50MB».
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