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Il posto in banca adesso non interessa più

I tempi cambiano. La tappezzeria del salotto, anche di quello buono, appare un po’ lisa sui braccioli, lascia un’impressione leggermente fané. Non ci sono più neppure le banche di una volta, quelle che al capitale investito garantivano rendimenti a doppia cifra, davano soldi e potere. Oggi il panorama del credito in Italia — con la maggior parte di istituti a forte vocazione commerciale, impegnati cioè in modo tradizionale a fare banca — è a tratti desolante. Non potrebbe essere diversamente, visti i tassi di interesse che la Bce tiene ai minimi per dare ossigeno alle imprese e la perdurante (iniziamo il settimo anno) crisi economica. A queste due variabili contingenti si sommano, per le banche italiane, la crisi di un modello di business che adesso presenta il conto: strutture sovradimensionate, richieste in aumento dell’operatività via web (che coniuga mobilità e assenza d’orario), operazioni effettuate fisicamente allo sportello in calo del 15 per cento da un anno all’altro.
Diversificazioni
Un tempo l’imprenditore di successo diversificava i propri investimenti in banca, garantendosi alta redditività e solide relazioni. Oggi sempre meno. Chi ha potuto è fuggito, taluni hanno cambiato cavallo, rarissime le nuove entrate. Complici anche le regole imposte dal governo Monti sui doppi incarichi. Il consiglio di amministrazione di Mediobanca continua a rappresentare gli highlights dell’industria italiana, da Benetton a Berlusconi, da Bertazzoni a Pesenti, ma altrove non è più così.
Certo, nel consiglio di Unicredit siedono Luigi Maramotti (che peraltro ha nel Credem la banca di famiglia) e Alessandro Caltagirone, ma fu proprio il padre di Alessandro, Francesco Gaetano, a certificare che nulla è per sempre: il suo matrimonio con il Monte dei Paschi di Siena sembrava destinato a durare finché morte non li avesse separati. Invece, l’imprenditore romano del mattone, che del Monte era vicepresidente e progettava di fare di Mps la prima banca di Roma, nel mezzo della crisi senese — a inizio 2012 — salutò i soci, accettò di contabilizzare una perdita nell’investimento e si trasferì in piazza Cordusio, a Milano, in tempo per recuperare quanto perso approfittando del balzo del titolo Unicredit.
Ma gli investimenti in banca, da parte dell’imprenditoria italiana, non si sono mai fermati al semplice ritorno economico. Certo, è un aspetto importantissimo, ma in un’economia di relazioni come quella italiana erano i rapporti personali e le occasioni di business a fare premio.
Nuovi arrivi
Oggi che la crisi morde le banche ma prima ancora le aziende, gli imprenditori sono assai più cauti. Uno dei rarissimi nuovi arrivi è Alberto Giovanni Aleotti, azionista e vicepresidente della farmaceutica Menarini, l’azienda di famiglia, che dal 28 aprile 2012 siede nel consiglio del Monte dei Paschi di Siena guidato da Alessandro Profumo e da Fabrizio Viola. Ma gli altri?
Nell’evoluzione ventennale del sistema bancario italiano — dalle privatizzazioni delle Bin, le banche di interesse nazionale, in poi, compresa la creazione delle fondazioni per mano di Giuliano Amato — il processo di concentrazione ha migliorato solo marginalmente gli assetti proprietari. Gli investitori istituzionali, che avevano fatto capolino, si sono defilati e quando la redditività del sistema è crollata e gli aumenti di capitale hanno indotto alla diluizione delle partecipazioni detenute, chi poteva è uscito dall’investimento. Lasciando sul terreno almeno due problemi non secondari: la struttura proprietaria delle grandi banche popolari quotate — con un evidente contrasto tra lo spirito cooperativistico e le logiche dei mercati finanziari, chiamati a convivere all’interno della medesima società — e il ruolo delle fondazioni, oggi inamovibili perni del sistema (si pensi alle quote detenute nei due principali istituti creditizi del Paese, Unicredit e Intesa Sanpaolo), anche perché senza alcun ipotetico sostituto. Anche volendo vendere (e solo Crt recentemente lo ha fatto), chi può rilevare quelle quote?
L’estero
La situazione sta degradando e senza una forte ripresa economica — che tutti però tendono a spostare in là nel tempo — risulta difficile individuare un possibile momento, o motivo, di svolta.
L’autoreferenzialità di alcune condizioni (su tutte, le popolari), unita a una bassa redditività legata ai motivi macroeconomici già evidenziati, tengono poi lontani gli investitori stranieri — presenti in maniera rilevante solo in Unicredit, dove si incontrano capitali che vengono da molto lontano, Stati Uniti o Arabia, non dall’Europa, anche perché le banche europee, in molti casi, stanno peggio delle italiane.
È proprio il modello che sembra arrivato al capolinea, almeno nel Vecchio continente. Lo ha detto anche il governatore Visco: esplorate altre praterie. A meno che non vi rifugiate nelle nicchie, come fa Maramotti con il Credem, l’ex top manager di Capitalia Fabio Arpe con Banca Profilo, la famiglia Gavazzi con il Banco di Desio, i Nattino con la Finnat di casa, Egon Furstenberg con Banca Ifis, Pietro D’Aguì con Banca Intermobiliare o Andrea Bonomi con Bpm. Ma sono nicchie, appunto. Mentre la difficoltà è sistemica.

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