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Il Portogallo chiede aiuto alla Ue

di Alessandro Merli

Il Governo portoghese ha finalmente ammesso ieri di aver bisogno di aiuti internazionali per far fronte alla crisi del proprio debito, messa a nudo poche ore prima per l'ennesima volta dal collocamento di titoli di Stato a tassi d'interesse insostenibili.

La richiesta di finanziamenti è stata notificata dal primo ministro, José Socrates, al suo connazionale, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. La crisi portoghese sarà sul tavolo dei ministri finanziari europei riuniti da stasera a Budapest. Barroso ha assicurato che la richiesta sarà vagliata «nei tempi più rapidi possibili», anche se non è chiara la modalità del negoziato, visto che l'esecutivo di Lisbona è dimissionario da due settimane, quando il quarto pacchetto di misure di austerità nel giro di pochi mesi è stato bocciato in Parlamento, e il Paese andrà al voto il 5 giugno. Le cifre circolate nelle scorse settimane sulle possibili necessità finanziarie del Portogallo oscillano fra 60 e 80 miliardi di euro per tre anni, ma un accordo avverrà solo dietro la presentazione di un pacchetto di austerità e riforme che dovrà essere messo in atto dal Governo che si formerà dopo il voto.

Un discorso televisivo di Socrates, che per mesi ha resistito all'ipotesi di un salvataggio internazionale da parte dell'Europa e del Fondo monetario e anzi ha negato, fino a pochi giorni fa, la sua necessità, ha ufficializzato ieri sera a tarda ora, alla conclusione di un consiglio dei ministri straordinario, la richiesta di aiuti, definendola inevitabile. «Ho fatto di tutto – ha detto Socrates – ma in coscienza abbiamo raggiunto un punto in cui non prendere questa decisione farebbe correre al Paese dei rischi che non dovrebbe correre». Il commissario europeo, Olli Rehn, l'ha definita una scelta «responsabile, per il bene della stabilità economica in Portogallo e in Europa».

Prima del consiglio, tuttavia, scegliendo lo strumento irrituale di una intervista con il sito del quotidiano "Jornal de Negocios", il ministro delle Finanze, Fernando Teixeira dos Santos, aveva già dichiarato che «in questa difficile situazione, che avrebbe potuto essere evitata, è necessario fare ricorso ai meccanismi di finanziamento europei». Teixeira ha sostenuto anche che un negoziato internazionale richiederà «il coinvolgimento e l'impegno di tutte le forze politiche».

Nei colloqui con il presidente della Repubblica, Anibal Cavco Silva, all'apertura della crisi di governo, non solo i socialisti, che formano l'attuale esecutivo di minoranza, ma anche i due principali partiti di opposizione, i conservatori del Psd, che, secondo i sondaggi uscirà dal voto come partito di maggioranza relativa, e la destra del Pp/Cds, suo probabile alleato di governo, si sono impegnati a rispettare gli obiettivi di riduzione del deficit già concordati dal Governo uscente con l'Europa. Questi prevedono un taglio del disavanzo pubblico dall'8,6% del Pil nel 2010 al 4,6% nel 2011 e al 3% nel 2012.

Teixeira ha sostenuto che il Paese è stato «spinto irresponsabilmente» nella situazione attuale dalla bocciatura del cosiddetto Pec-4 e che anche i risultati del collocamento di ieri riflettono «il danno irreparabile» causato dalla crisi politica. A questa sono seguiti diversi declassamenti del debito da parte delle agenzie di rating e, martedì, il rifiuto delle banche nazionali di continuare ad acquistare massicciamente titoli di Stato. La quasi totalità degli osservatori di mercato è convinta però che la situazione portoghese fosse da tempo irrecuperabile e che, rifiutando di rivolgersi alla comunità internazionale per un bailout già mesi fa, Socrates abbia contribuito ad aggravare la situazione e alzato il costo della crisi per le finanze pubbliche. Lo stesso Teixeira, secondo fonti politiche di Lisbona, da qualche tempo spingeva per questa soluzione. La strenua resistenza di Socrates era legata, si dice a Lisbona, alla consapevolezza che una richiesta di aiuti internazionali avrebbe avuto conseguenze probabilmente fatali per le sue chance di rielezione. In Portogallo è ancora viva la memoria dell'ultimo ricorso del Paese al Fondo monetario nel 1983, tuttora vissuto come un momento di umiliazione nazionale.

 

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