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Il portafoglio sempre più gonfio degli Arabi d’Italia

Attratti dal made in Italy, ma anche un po’ diffidenti verso il Paese. Pronti a investire, ma spesso senza scavare troppo nei loro capienti portafogli: è un interesse a due velocità quello degli emiri verso l’Italia, e lo provano i calcoli sugli investimenti effettuati da noi dal Duemila al 2012, pari a meno di 5 miliardi sui 1.600 che si stima abbiano in cassa.
I dossier aperti
È sufficiente uno sguardo ai dossier più recenti. Sul 40% di Alitalia Ethiad, la compagnia di Abu Dhabi, ancora non ha deciso, anche se a questo punto sembra essere questione di giorni. In prospettiva si aprirà poi la questione degli aeroporti, dove il vincitore del risiko appare Fiumicino, e ciò potrà significare nuovi interventi e ulteriori investimenti. Il 20% di Versace, dopo che in molti hanno ipotizzato il possibile ingresso di un fondo sovrano arabo, alla fine lo ha rilevato l’americano Blackstone. Il governo Letta ha «assicurato» al Fondo strategico italiano 500 milioni di investimenti dal Kia, la cassaforte sovrana del Kuwait, cifra che non va molto oltre a un valore tutto sommato «simbolico» per il settimo fondo al mondo con asset per circa 300 miliardi di dollari.
Contemporaneamente lo stesso emiro del Kuwait, Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah ha consolidato i ben radicati interessi petroliferi nel nostro territorio: la Kuwait petroleum international, attraverso l’affiliata italiana, nelle scorse settimane ha rilevato per 300 milioni gli 840 distributori Shell nel nostro Paese, che vanno ad aggiungersi ai 2.800 già in portafoglio.
Ed è solo da immaginare, considerate le «spericolate» e ricchissime architetture che hanno cambiato il volto degli Emirati, il contributo che i Paesi del Golfo daranno all’Expo: prenotate le metrature più ampie senza badare a spese per la nuova «vetrina» hanno affidato il progetto del loro maxi-padiglione all’archistar Norman Foster.
I precedenti
Particolarmente attenti a immobili, hotel e fashion, i capitali arabi hanno però puntato prima di tutto sulle nostre grandi società. Basti ricordare lo stupore che nel 1976 ha accolto la mossa della Lafico, la holding finanziaria di Muhammar Gheddafi, entrata in Fiat con i petrodollari rilevando quasi il 10%. E l’attenzione riservata agli investimenti di Al Waleed Bin Talal, principe il cui nonno ha fondato l’Arabia Saudita, da quando nel 1995 è entrato con circa il 2% nella Mediaset non ancora quotata di Silvio Berlusconi.
«I libici? Si comportano come banchieri svizzeri»,aveva detto Giovanni Agnelli parlando dell’atteggiamento dell’investitore che pure era guardato da mezzo mondo come politicamente “scomodo”. La quota è poi stata progressivamente ridotta fino in pratica ad azzerarsi, mentre la Libia rimane piccolo socio con l’1,5% della Juventus, di cui nel 2002 ha acquistato il 7,5%. Il fondo sovrano libico e la Central bank of Libia sono stati poi anche il primo azionista di Unicredit con il 7,6%. La quota, che è stata congelata per diverso tempo con tutti i capitali del Paese sconvolto dagli eventi che hanno portato alla scomparsa del dittatore, ora è complessivamente pari a circa il 4%.
Le mire dell’Emiro
Il pacchetto in banca non è comunque il solo in portafoglio relativo a primari gruppi italiani: fa capo alla Libia lo 0,5% di Eni e circa il 2% di Finmeccanica. Azienda quest’ultima che realizza nei Paesi del Golfo il 20-25% dei ricavi e sul cui stand, in occasione del Dubai air show, si è soffermata l’attenzione di Mohammed Bin Rashid Al Maktum, primo ministro degli Emirati arabi uniti ed emiro di Dubai. Forse, chissà, con un occhio alle future privatizzazioni. Senza dubbio l’emiro, proprietario della più grande scuderia al mondo di puro sangue, punta a investire in Italia in questo particolare asset, visto che segue con passione da noi fiere e concorsi. Il primo socio di Unicredit è ora con il 6,5% Aabar, fondo di Abu Dhabi. Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario dell’emirato, candidato alla «porta d’Europa» con Ethiad, attraverso la governativa Mubadala devolepment, ha il 5% di Ferrari e una quota di Piaggio aero, la società di progettazione e manutenzione aeronautica.
L’emirato oggi più attivo in Italia è comunque il Qatar. Il precedente, rispetto all’accordo con Kia, è proprio riferibile a questo Paese: nel novembre 2012 il Fondo strategico italiano e la holding del Golfo hanno costituito una joint venture da 2 miliardi con un nome programmatico: Iq Made in Italy venture. Sono in ogni caso moda e immobili i target preferiti degli investimenti che il neo sovrano Tamin bin Hamad al-Thani effettua sia attraverso la holding governativa e il fondo sovrano, sia attraverso società della famiglia reale. In linea del resto con quanto aveva avviato da tempo il padre, che nel giugno 2013 ha abdicato in suo favore. Con un patrimonio stimato in oltre 150 miliardi e una ventina da spenderne ogni anno in partecipazioni e brand, il fondo in Italia ha rilevato il piccolo impero sulla Costa Smeralda (fondato dall’Aga Khan) dal tycoon americano Tom Barrack, a Firenze l’hotel Baglioni e il Four Seasons, a Milano il Gallia ed è diventato socio con il 40% di Porta Nuova. progetto di sviluppo immobiliare che fa capo a Hines Italia sgr. Con la propria Mayhoola ha poi acquistato Valentino.
La «fiction» Arabi d’Italia però si può concludere a Londra: perché i maggiori azionisti del London stock exchange, di cui fa parte anche Borsa italiana, sono appunto il fondo del Qatar e la Borsa di Dubai. Del resto la maggior parte degli Arabi d’Italia trascorre nella capitale inglese una quota consistente del proprio tempo. Tra residenze da sogno, grandi affari e shopping milionari.

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