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«Il Pnrr lasci una extracrescita, solo così il debito/Pil scenderà»

Oltre il Recovery Plan. Ovvero, cosa lascerà in eredità il Pnrr dopo che sarà stato attuato. È la «visione di lungo periodo» scelta dalla Fondazione Respublica per valutare il Pnrr mentre la gran parte degli osservatori si limita oggi a tentare di capire se e come il Piano andrà avanti. Le sfide e gli obiettivi cambiano, visti con lo sguardo lungo: servono «un’extra crescita per ripagare l’alto debito accumulato», un salto stabile nell’occupazione femminile e giovanile, piani di investimenti ultradecennali (su scala europea) per ricerca e innovazione. La visione di Respublica – contenuta nei 31 interventi del volume «Una visione lunga. Oltre il tempo del Recovery Plan» – si può così ribaltare: di cosa c’è bisogno perché il Pnrr produca quei cambiamenti strutturali necessari alla nostra economia dopo il 2026?

Una prima risposta la dà nella premessa il presidente di Respublica, Eugenio Belloni, che ha curato il lavoro con 31 interventi sotto il patronato di un comitato scientifico composto da Marta Cartabia, Andrea Sironi, Giulio Tremonti e Luciano Violante. «Non sappiamo – sostiene Belloni – quale Paese ci troveremo di fronte dopo che gli investimenti e le riforme previste saranno avviate e in esecuzione e quali conseguenze positive lasceranno». Sono quattro i punti su cui Respublica mette l’accento: «1) la presenza di motori endogeni, oltre i vincoli esogeni dell’Europa, che rendano possibile una concreta trasformazione del sistema economico e sociale italiano; 2) i milestone legati ai processi di riforma, che rappresentano i “cancelli” necessari da oltrepassare per accedere ai fondi europei; 3) l’importanza di una sinergia tra pubblico e privato, per massimizzare le potenzialità dell’investimento che abbiamo di fronte; 4) le opportunità, ma anche i rischi, sul mondo del lavoro e sulla coesione sociale che la rapida evoluzione digitale e il cambiamento tecnologico rischiano di avere sulla nostra società».

I «motori endogeni» sono quelli che devono mettere in moto le «potenzialità inespresse»: il lavoro (soprattutto donne e giovani) deve incrementare «la produttività sia nel settore privato e soprattutto in quello pubblico»; una stagione di investimenti per la transizione ecologica di cui – scrive Carlo Carraro – «il Recovery Plan è solo il primo passo»; piani lunghi di ricerca sull’intelligenza artificiale che – scrive Riccardo Zecchina – «è una scienza fondamentale interdisciplinare e non solo un trasferimento tecnologico a breve termine»; capitale umano da adattare alla grande trasformazione tecnologica attraverso dosi crescenti di formazione; diversa «prospettiva del mercantilismo», soprattutto per il Sud, considerando che «vi sono 3.200 miglia nautiche fra Canale di Suez e porti del Nord Europa e solo 1.300 fra il Canale e i porti tirrenici e adriatici» e che «la distanza per servire la ricca zona economica sopra le Alpi dai porti del Mediterraneo è di circa la metà (500 km contro 1.000) rispetto a quella dei porti del Nord Europa».

Carlo Altomonte, professore di Economia dell’integrazione europea alla Bocconi, e Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, valutano nell’introduzione i possibili impatti del Recovery sul debito. Due elementi possono migliorare il rapporto debito/Pil. Il primo è che oggi «i rischi di sostenibilità del debito sono in parte ridotti dalla quota detenuta dalle istituzioni europee, quota che nei prossimi anni tenderà a divenire ancora più ampia» (si veda il grafico in alto). Nel 2020 il debito pubblico lordo è al 155,8% e quello al netto della quota detenuta da Ue ed Eurosistema è stimato al 111,2%. Nel 2025 il debito netto scenderebbe al 104%, rendendolo «meno esposto alla volatilità dei mercati finanziari rispetto al passato».

Il secondo, «più importante», elemento di scelta politica che impatta sul debito è proprio l’implementazione del Recovery.

Il tasso di crescita potenziale nel lungo periodo è stimato oggi, al netto del Recovery, largamente inferiore all’1% reale: non oltre il 2,5% nominale, «ossia non molto diverso dall’attuale costo del finanziamento del debito italiano». A queste condizioni e in assenza di cambiamenti strutturali del modello di crescita, «il rapporto debito/Pil italiano è destinato a stabilizzarsi e non a ridursi»: con un ritorno al 2027 del saldo primario attivo (+1,8%) e un costo del debito intorno al 2%, il debito/Pil resterebbe sopra il 150% fino al 2013 e tornerebbe ai livelli pre-Covid nel 2041. Il Recovery potrebbe invece aumentare la crescita strutturale di 0,5 punti percentuali per la maggiore spesa effettuata e 0,3 punti per effetto delle riforme.

Oltre allo scenario base, la previsione prende in considerazione altri quattro scenari (rappresentati nella figura in alto): 1) una politica fiscale meno restrittiva (saldo primario inferiore di un punto rispetto allo scenario base), debito resterebbe al 150% fino al 2041; 2) uno shock sul costo del debito (indotto per esempio da cambio di orizzonte politico nelle scelte strategiche) innalzato al 2,5% (mezzo punto in più) porterebbe un avvitamento con debito insostenibile al 200%; 3) un aumento dell’inflazione (crescia del Pil nominale di un punto superiore allo scenario base) porterebbe un calo più rapido del debito che tornerebbe ai livelli pre-Covid dal 2034; 4) crescita più sostenuta del Pil reale di mezzo punto farebbe scendere il debito sotto il 150% del Pil dal 2030 e sotto i livelli pre-Covid dal 2035 e, se la maggiore crescita fosse di un punto, il debito scenderebbe sotto il 150% dal 2028 e sotto i livelli pre-Covid dal 2032. Conclusione: «L’efficace utilizzo delle risorse del recovery resta l’unica strada realisticamente possibile per mantenere il Paese su un orizzonte di sostenibilità, sia durante l’attuale che la prossima legislatura».

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