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Il Pil interrompe la caduta dopo due anni

Siamo fermi, evviva.
La gravità della crisi italiana è in fondo tutta qui, nel doversi consolare con un Pil immobile perché la storia recente ha sempre offerto di peggio. Rispetto alla stima preliminare, dove la variazione congiunturale era negativa dello 0,1%, l’Istat opera per il terzo trimestre una revisione microscopica in termini assoluti, rilevante però sul piano statistico e psicologico. Più che di crescita nulla si può parlare in effetti di “caduta zero”, nel senso che dopo otto trimestri consecutivi infine il prodotto non arretra e questa è certo una buona notizia. Sorrisi che restano comunque stentati leggendo in dettaglio le determinanti del risultato. Frutto di una domanda nazionale ancora asfittica, con cali congiunturali dello 0,2% per i consumi e dello 0,6% per gli investimenti fissi lordi, ennesima testimonianza di un Paese dove famiglie e imprese restano prudenti.
Il “pareggio” del terzo trimestre è legato esclusivamente alla crescita delle scorte, ma produrre per il magazzino non necessariamente è sinonimo di attività produttive in salute. Recupero degli stock che tuttavia basta a bilanciare il contributo negativo delle altre componenti. Se nel confronto congiunturale l’Italia tiene, su base annua la caduta resta evidente, con una frenata dell’1,8%, lievemente corretta al rialzo. E in questo caso la discesa di consumi e investimenti è ben più ampia, con cali di oltre il 6% per macchinari, attrezzature e costruzioni. La micro-revisione del dato non cambia lo scenario nel confronto europeo, dove su base annua l’Italia è superata per crescita da tutte le altre nazioni ad eccezione di Cipro e Grecia.
La speranza è però che il terzo trimestre rappresenti il punto di minimo, con un miglioramento della performance nell’ultima parte dell’anno “certificato” anche dall’indice anticipatore Ocse, in aumento a ottobre sia per l’area euro che per l’Italia. Altra indicazione positiva arriva dalla produzione industriale di ottobre, che pur arretrando per il 26esimo mese consecutivo realizza nelle stime dell’Istat la miglior performance da agosto 2011, mentre su base congiunturale destagionalizzata c’è il secondo segno più di fila. Tra i settori ad ottobre spicca ancora una volta la performance del comparto farmaceutico (+14,9%), il migliore in assoluto sia nel mese che da gennaio. In crescita ad ottobre anche alimentare, metallurgia, apparati elettrici e mezzi di trasporto, anche se dall’inizio dell’anno, oltre ai farmaci, crescono solo computer ed elettronica.
Un dato, quello di ottobre, che argina il calo dell’output, giù del 3,5% dall’inizio dell’anno, con la possibilità di fermare l’emorragia di ricavi dell’industria italiana, stimata in 26 miliardi nel 2013. Per le imprese la svolta potrebbe arrivare a novembre, mese in cui il Centro studi di Confindustria stima un aumento di produzione dello 0,4%, con la possibilità di portare l’ultimo trimestre in terreno positivo dopo dieci cali consecutivi. Se le nuove stime dell’Istat vengono accolte con favore dal Governo, non altrettanto entusiasti sono i sindacati, anche alla luce del balzo del 31% per le domande di disoccupazione registrate dall’Inps nei primi dieci mesi dell’anno.
«Bene che la recessione si sia fermata – commenta il segretario generale della Cgil Susanna Camusso – ma dal punto di vista del lavoro continuano i processi di difficoltà». «Vediamo se porta al cambiamento di altri indicatori – aggiunge il leader Cisl Raffaele Bonanni – quelli sono per noi quelli che contano, come i dati sulla disoccupazione». «Purtroppo – rileva il leader della Uil Luigi Angeletti – dalla prossima rilevazione sull’occupazione scopriremo che la disoccupazione è aumentata. Quello è il problema».
Che un Pil immobile certo non risolve.
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