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Il Pil americano frena di colpo

Due notizie consequenziali hanno creato un po’ di volatilità di mercato ieri in America. La prima è stata la battuta d’arresto per l’economia americana: invece dell’1% atteso, la crescita del Pil per il primo trimestre annunciata ieri è stata solo dello 0,2%. La seconda ce l’ha data poche ore dopo la Fed nel suo comunicato, nel primo pomeriggio ha confermato che per ora e probabilmente nel medio termine, pur in presenza di un indebolimento «transitorio» dell’economia, di aumenti dei tassi di interesse non se ne parla. La consequenzialità è evidente, già quando abbiamo avuto alcune settimane fa un dato sull’occupazione poco rassicurante la Fed aveva fatto capire che la scadenza di giugno per un possibile aumento dei tassi sarebbe stata superata. Ora in presenza di dati che mostrano comunque una debolezza dell’economia la decisione non poteva che essere quella di confermare le intuizioni del mercato: i tassi resteranno bassi almeno fino alla fine dell’estate o all’autunno. E l’indice Dow Jones che era sceso sotto quota 18.000 in apertura di giornata ha poi recuperate una buona parte delle perdite, ha chiuso pur sempre in leggero ribasso, ma è tornato sopra la quota psicologica di quota 18.000 per chiuder a quota 18.057.
Resta il fatto che nel primo trimestre l’America è andata vicina alla recessione e per questo un po’ tutti ieri sui mercati si ponevano la stessa domanda: siamo davanti a un fenomeno strutturale fatto di deflazione e invecchiamento della popolazione? Possibile che dopo anni di ripresa sia giunto il momento per una pausa prolungata? La risposta più immediata sul piano macroeconomico è giunta dalla stessa Federal Reserve. A parte il riferimento ai tassi di interesse, sul piano macroeconomico la Fed ha dichiarato nel suo comunicato che «il rallentamento registrato nei mesi invernali riflette in parte fenomeni transitori». Nulla di strutturale dunque, l’economia – dice la Fed – si rimetterà in carreggiata nei prossimi mesi in un contesto in cui il reddito in generale è aumentato, l’occupazione dovrebbe crescere a un buon ritmo e l’inflazione dovrebbe toccare nel medio termine il livello auspicato dalla Banca Centrale cioè il 2 per cento.
I due elementi diciamo “negativi” del dibattito sul dato di ieri hanno molti “fans”. Sul fronte “strutturale” molti economisti osservano che fatti nuovi sul piano demografico e su quello dell’inflazione non cambieranno né troppo presto né troppo facilmente. Anche in America, che pure è un paese più giovane dell’Europa, si comincia a soffrire per l’invecchiamento della popolazione. Decine di milioni di “baby boomers” continueranno ad andare in pensione e questo accentuerà il grande fenomeno del nostro tempo, quello della deflazione.
Ma la chiave di lettura della Fed è più ottimistica che parla appunto di fenomeni “transitori”, dovuti soprattutto al freddo, un po’ come capito nel primo trimstre dell’anno scorso. Senza ignorare ai fini della politica monetaria I dati del primo trimestre. «Il ritmo di aumento dei posti di lavoro si è moderato e il tasso di disoccupazione resta stabile suggerendo insieme ad altri fattori che abbiamo ancora un sottoutilizzo delle risorse lavorative» recita il comunicato. La Fed menziona altri elementi che puntano a un rallentamento: una leggera diminuzione degli investimenti fissi, dei prezzi energetici e un piccolo rallentamento del settore immobiliare. Fenomeni che si sono però accompagnati a un aumento del reddito delle famiglie anche grazie al calo del costo del carburante. Questo fattore tuttavia non si è tradotto nel dato del Pil di ieri in un aumento dei consumi. Per l’inflazione le prospettive restano di un ritorno al livello del 2% in «tempi medi». In questo contesto dunque la Fed ha annunciato che i tassi resteranno su una banda di oscillazione fra lo 0 e lo 0,25%. «Continueremo a monitorare la situazione e aumenti dei tassi saranno possibili quando avremo rilevato cambiamenti dell’attuale quadro sia sul fronte inflazione che su quello occupazione».
Sul piano tecnico, gli analisti attendevano un aumento del’1%, dopo il +2,2% del quarto trimestre e il +5% del terzo. La stima intermedia arriverà il mese prossimo, mentre la revisione finale è in calendario a giugno. «Il dato sottolinea che l’economia americana subisce l’effetto di quella globale», ha detto Jason Furman, presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. Ma è il fronte consumi a generare preoccupazione, le spese che generano due terzi dell’output, sono aumentate solo dell’1,9% nel primo trimestre (dopo il +4,4% del quarto trimestre). «Le famiglie hanno risparmiato di più», ha detto Furman. E difatti il tasso di risparmio è salito al 5,5%, il massimo dalla fine del 2012, dal +4,6% del quarto trimestre. Infine il rafforzamento del dollaro ha indebolito i profitti di molte aziende che operano in Europa e rallentato l’export. Ma ora coi tassi bassi nel medio termine anche il dollaro resterà su livelli al di sopra della parità e probabilmente attorno a valori fra l’1,07 e 1,15 contro l’euro.

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