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Il piano Ue per il mercato unico digitale

La Commissione europea ha presentato ieri una strategia in 16 punti nel tentativo di gettare le fondamenta di un mercato unico digitale entro il 2016. L’esecutivo comunitario vuole aggredire i protezionismi nazionali e i monopoli aziendali, e trasformare in realtà un obiettivo che in passato qui a Bruxelles molti hanno fatto proprio, finora senza successo. Il pacchetto prevede anche una indagine sulle grandi imprese americane che Bruxelles sospetta abbiano posizioni dominanti nell’e-commerce.
«Voglio reti di telecomunicazioni che siano di livello continentale – ha detto il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker -, servizi digitali che attraversino le frontiere, e una ondata di start-ups europee innovative. Voglio che tutti i consumatori ricevano la migliore offerta e che tutte le aziende accedano al mercato più ampio, ovunque essi siano in Europa». In questo contesto, la Commissione europea intende valutare il ruolo delle aziende americane nel commercio su internet.
«I cittadini europei – ha spiegato in questo senso il commissario alla concorrenza Margrethe Vestager – devono fare i conti con troppe barriere quando si tratta di accedere a beni e servizi online e oltre-frontiera. Alcune di queste barriere sono erette dalle stesse aziende. Con questa indagine, voglio capire quanto numerose siano le barriere e quali effetti abbiano sulla concorrenza e sui consumatori. Se si rivelassero contrarie alla libera concorrenza, non esiterò ad imporre le regole europee».
In un discorso in marzo, la signora Vestager aveva anticipato questa iniziativa. Nel mirino sono soprattutto i blocchi geografici: l’impossibilità di guardare una partita di calcio trasmessa da una rete straniera; di acquistare biglietti di treno per attraversare più paesi; di accedere ad alcuni siti di musica o di video su richiesta. Per il momento, l’indagine è generale, non riguarda singole società, ma potrebbe una volta terminata indurre l’apertura di inchieste più specifiche.
La scelta di prendere di mira eventuali casi di antitrust nell’e-commerce non è banale. Il settore è controllato molto spesso da aziende americane, e l’iniziativa giunge mentre la Commissione sta già indagando su Google perché imporrebbe indirettamente i suoi servizi agli utilizzatori del motore di ricerca. Peraltro, Bruxelles ha lanciato una inchiesta in campo fiscale contro Amazon, Apple e Starbucks, accusandole di godere di generosi accordi fiscali in violazione delle regole sugli aiuti di stato.
Nel concreto, e tra le altre cose, la Commissione europea vuole adottare entro la fine del 2016 regole per armonizzare la protezione dei consumatori; per ridurre i costi di invio e distribuzione di pacchetti; per abolire eventuali blocchi geografici che impediscono gli acquisti online da alcuni paesi e su alcuni siti; per modificare il diritto d’autore permettendo a chi per esempio acquista un film online di vederlo anche all’estero; e per favorire la libera circolazione dei dati in Europa.
Nel presentare ieri la sua strategia, la Commissione ha pubblicato cifre interessanti sui singoli paesi membri. Le statistiche relative all’Italia rivelano che solo il 5% delle piccole e medie imprese italiane vende su Internet (rispetto al 15% nella media europea), che solo il 51% delle famiglie ha un collegamento alla banda larga (rispetto al 70% della media europea), e che gli utilizzatori della rete nei rapporti con la pubblica amministrazione sono il 18% (33% in Europa).

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