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Il piano taglia debito alla prova di Eurostat

di Massimo Mucchetti

La Cassa depositi e prestiti in sigla Cdp, il debito pubblico, l'Italia. Funziona il piano taglia debiti a opera della Cdp? Non funziona? Parafrasando l'incipit di Anna Karenina, potremmo dire che ogni Paese è infelice a modo suo.
Quando, nell'estate scorsa, la Banca centrale europea scrisse due lettere di aspri rimproveri e dure esortazioni ai governi di Roma e Madrid, in Italia i giornali ne diedero ampia notizia, mentre in Spagna sorvolarono: non per difendere il governo Zapatero, cui non risparmiarono altre critiche, ma per una forma di patriottismo.
Le norme comunitarie
Nelle anticipazioni del Corriere, il piano della Cdp, tuttora in fase di approfondimento, prevede l'acquisizione di partecipazioni pubbliche per un ammontare iniziale di circa 50 miliardi. La Cdp è considerata da Eurostat, l'istituto di statistica dell'Unione Europea, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. I circa 220 miliardi di obbligazioni Cdp collocate dalle Poste con garanzia dello Stato (i Buoni fruttiferi postali) non concorrono a formare il debito pubblico. Nel quale, invece, vengono ricompresi gran parte degli impieghi. Rientrano infatti nel debito pubblico i 90 miliardi di mutui, contratti dai comuni con la Cdp, e i 130 miliardi fondi, che il Tesoro preleva dal conto di tesoreria sul quale la stessa Cdp lascia buona parte della sua raccolta via Poste. Grazie a questo status, gli incassi che lo Stato realizza cedendo suoi cespiti alla Cdp, possono essere detratti dal debito pubblico.
Piaccia o non piaccia, non si tratta di una concessione all'Italia, ma di un'opportunità regolata dal principio contabile europeo Esa95, già ampiamente utilizzato dalla KfW e dalla Caisse des Dépôts, omologhe tedesca e francese della Cdp.
L'operazione da 50 miliardi, di cui si parla, non è enorme, ma è realistica. Con il tempo, la cifra potrebbe salire ove si decidesse di valorizzate l'Anas e le Fs, il cui rendimento non può, al momento, essere adeguato al netto patrimoniale. Ma parlare di dismissioni per 4-500 miliardi è illusorio. Si tratterebbe per lo più di case e infrastrutture tutte da valorizzare in un mercato già ingessato di suo. Meglio ragionare sulle quattro questioni sollevate dal piano oggi all'ordine del giorno.
Le partite aperte
La prima questione è politica. La cessione di attività dal Tesoro alla Cdp, obiettano i liberisti duri e puri, equivale a passare il portafoglio da una tasca all'altra dei pantaloni. Bisognerebbe invece vendere a terzi. Ma l'idea di privatizzare le maggiori imprese statali e parastatali non rientra nei disegni del governo. E visti i corsi azionari, non c'è da stupirsene.
La premessa critica dei liberisti, invece, porta a una seconda, più intrigante questione: approverà Eurostat quel piano taglia debito? Difficile dirlo, perché Eurostat non dà mai troppe notizie sul perché ammette o non ammette le deduzioni di taluni introiti dal debito pubblico. Certo è che nel 2003 Eurostat approvò gli effetti sul debito pubblico del conferimento della prima tranche di partecipazioni statali. E nel 2012? Di sicuro conterà l'articolazione formale della manovra. Ma anche la sostanza.
Il piano ha un'evidente valenza industriale. La Cdp può essere, in stretto collegamento con le Poste, uno strumento di raccolta del risparmio per conto dello Stato a tassi più bassi dei Btp perché buoni e libretti sono rimborsabili a vista. Oppure — ed è quel che sta accadendo — può diventare un gruppo complesso: una quasi banca che presta a enti locali e imprese sia direttamente sia attraverso le banche con il fondo di garanzia contro il credit crunch; un'assicurazione per il credito all'export grazie alla Sace; una holding di partecipazioni (Eni e il fondo F2i, cui partecipa con le grandi banche e le fondazioni); una holding delle infrastrutture (Terna, il gasdotto Tag e altre); un fondo strategico per fare investment banking; un centro di valorizzazione degli immobili pubblici oggi dispersi (Fintecna).
Nuovi ruoli
Un tale soggetto non è un mero agente del governo, ma, nell'ambito della politica industriale, opera al servizio del Paese come fanno KfW e Caisse des Dépôts. Una simile impostazione non è liberista? Amen. La crisi ha sepolto le ortodossie, compresa quella liberista. Le risposte vere, da dare ai fini dell'Esa95, riguarderanno la quota di ricavi che viene dal mercato e la sostenibilità del nuovo insieme.
Al momento si può ipotizzare che la Cdp richiami una parte della sua liquidità (i 50 miliardi di cui sopra) dal conto di tesoreria per pagare le partecipazioni. Il debito pubblico, che quel conto comprende, calerebbe così di 50 miliardi. Ma il Tesoro di quei quattrini ha bisogno, e dunque dovrebbe emettere nuovi Btp per turare la falla. E tuttavia non lo farebbe perché incasserebbe la stessa cifra dalla Cdp. Una partita di giro? Non esattamente: a differenza delle consorelle francese e tedesca interamente pubbliche, la Cdp appartiene al Tesoro solo al 70%. Di qui la terza questione: stiamo forse regalando qualcosa alle fondazioni che hanno il 30% della Cdp?
In realtà, le fondazioni detengono azioni privilegiate da convertire in ordinarie entro il 2012. Nel momento in cui nuovi attivi ex statali aumentassero il valore della Cdp, salirebbe anche il prezzo di conversione delle azioni privilegiate. Ma si arriverà alla conversione con i chiari di luna attuali? Oggi, le fondazioni vorrebbero soprattutto capire i prezzi dei pacchetti azionari in arrivo: se troppo alti, intaccherebbero il loro investimento in Cdp, fin qui ottimo; viceversa, sarebbe lo Stato a perderci. Tra i rimedi c'è l'earn out, ossia la clausola, da negoziare, che attribuisce al venditore una parte del plusvalore emergente dopo la vendita.
Quarta e ultima questione, la sostenibilità. La Cdp ha un buon bilancio. Il preconsuntivo 2011, firmato da Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, prefigura un utile di 1,7 miliardi. All'esordio come Spa, nel 2003, la Cdp aveva un patrimonio netto di 3,5 miliardi e partecipazioni per 11. Oggi, ha un un patrimonio netto di 14,5 miliardi, di cui 3 liberi da impegni, che regge partecipazioni per 18 miliardi. Se le partecipazioni salissero di 50 miliardi interamente finanziati con il risparmio postale, una quota troppo alta dell'attivo si troverebbe immobilizzata a fronte di un passivo in gran parte liquidabile a vista. Il piano dovrà dunque chiarire come si possa estrarre dalle società acquisite dallo Stato abbastanza cassa da destinare alla ricapitalizzazione della Cdp così da ridurre la leva finanziaria a multipli accettabili.
Tutto verrebbe meglio se la Cdp potesse collocare le sue obbligazioni non garantite dallo Stato non solo presso gli investitori istituzionali ma anche presso i risparmiatori, facoltà preclusa da una legge suggerita nel 2003 dalla Banca d'Italia. In ogni caso, se alla Cdp verranno imposti tali e quali i criteri di Basilea 3, per cui le partecipazioni assorbono grandi quantità di mezzi propri, il piano faticherà a decollare.

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