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Il piano Oviesse per la Borsa, in vendita 100 negozi Coin

Il via libera di Consob e Borsa italiana è atteso entro metà ottobre e l’amministratore delegato Stefano Beraldo è convinto che la sua Ovs riuscirà ad approdare al listino i primi giorni di novembre. Dopo un road show che da Milano toccherà Londra e altre capitali europee, con a sorpresa anche un passaggio negli Stati Uniti. Visto che la quotazione a Piazza Affari della più grande rete italiana di negozi prevede un collocamento presso investitori istituzionali americani. In Borsa arriverà una società con 1.13 miliardi di fatturato, un ebitda di 150 milioni,1.031 negozi tra le insegne Ovs, Kids, Upim e Iana.
Rispetto ai programmi iniziali, Beraldo e il direttore finanza Luca Zeilante hanno deciso di approdare al listino anche con i conti semestrali approvati a fine luglio (il gruppo chiude l’esercizio il 31 gennaio) che dovrebbero riflettere i benefici delle nuove aperture dei primi mesi dell’anno. Sulla base dell’ebitda 2014 di 150 milioni, il mercato ha iniziato a delineare qualche ipotesi di valutazione. La nuova Ovs, nata pochi mesi fa da uno spin off del gruppo Coin, potrebbe arrivare in Borsa con una capitalizzazione attorno a un miliardo. Forse sotto quella soglia di 1,5 miliardi ipotizzata dal mercato sei mesi fa, prima della doccia fredda caduta sugli Ipo di Sisal e Rottapharm. Dipenderà dalla predisposizione dei mercati, diventati più selettivi con la prima ondata di Ipo di primavera. E dai sondaggi, peraltro già avviati, dalla squadra di coordinatori dell’offerta che a inizio novembre dovranno raccogliere gli ordini dei sottoscrittori Ovs. In prima linea ci sono Unicredit, Banca Imi, Merrill Lynch, Goldman Sachs più Hsbc e Credit Suisse in veste di joint bookrunner, affiancati dall’advisor Lazard. La catena di negozi andrà al listino con un’operazione mista. Ci sarà un aumento di capitale fino a 250 milioni più il sovrapprezzo per rimborsare una buona fetta del debito e soprattutto per dotare la società dei mezzi per la crescita, visto che il programma di aperture si colloca tra 40 e 80 nuovi spazi all’anno.
Ma c’è un altro tema che in queste settimane si sta delineando tra i soci del gruppo Coin. Ossia il fondo Bc partners, cui fa capo l’80,5% del capitale, affiancato dai coinvestitori Ontario Teachers (13,%) e l’Investindustrial di Andrea Bonomi (4,6%) che tre anni fa hanno rilevato il gruppo per 1,4 miliardi di valore d’impresa. Durante l’estate si sono fatti avanti alcuni fondi di private equity internazionali con focus sui rilanci aziendali, interessati a studiare un investimento sull’altra gamba del gruppo. Si tratta dei 100 negozi a insegna Coin che non hanno goduto dello stesso slancio dei cugini di Ovs. Complice la crisi dei consumi nei più costosi «department store» e un modello di business più complesso. Ne sono testimoni i ricavi rimasti stabili a circa 410 milioni e i due negozi Excelsior di Milano e Verona che, aperti di recente, non hanno ancora dato i risultati perseguiti da Beraldo. Ma la convinzione dei fondi è che si possa ripensare la rete di oltre cento negozi che possiede postazioni prestigiose nelle grandi città italiane ma anche strutture di minore visibilità. Il vertice Coin ha lavorato anche su efficienze e taglio dei costi con il risultato che l’ebitda l’anno scorso ha guadagnato terreno salendo da 10 a 15 milioni.
Durante l’estate i private equity hanno avviato i primi contatti con le banche impegnate nell’Ipo di Ovs e con quelle che fin qui hanno finanziato la crescita del gruppo. Obiettivo, ottenere conti e prospettive dei negozi inventati da Piergiorgio e Vittorio Coin che passarono definitivamente la mano nel 2011. Cioè quando Bc partners acquistò le azioni della famiglia veneta e del fondo Pai, lanciò l’opa e portò via il gruppo dalla Borsa. La convinzione dei pretendenti è che dopo l’Ipo di Ovs, che sarà guidata da Beraldo e dalla sua squadra, Bc partners indicherà una banca advisor per gestire la vendita di Coin. Tanto che è anche partita la ricerca di manager d’esperienza che affianchino i private equity nell’operazione. Dipenderà dal prezzo offerto che, secondo chi studia il dossier, potrebbe collocarsi sopra i 200 milioni, al netto del valore degli immobili che potrebbero fare sensibilmente lievitare l’esborso.

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