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Il Piano Juncker sotto esame

Sarà una discussione impegnativa quella che i paesi membri avranno la settimana prossima quando i capi di stato e di governo si riuniranno a Bruxelles nell’ultimo vertice del 2014. Sul tavolo ci sarà il piano di investimenti presentato a suo tempo dalla Commissione europea. Lo schema convince la maggior parte dei Paesi membri. È il governo del piano l’aspetto più controverso. Alcuni governi, più di altri, vorrebbero poter influenzare la selezione dei progetti da finanziare.
Il piano prevede la nascita di un Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) con un capitale iniziale di 21 miliardi di euro (di cui 16 miliardi di garanzie). L’obiettivo è di trasformare questo patrimonio in investimenti pari a 315 miliardi di euro. Un gruppo di lavoro composto dalla Commissione, dalla Banca europea degli investimenti e dagli stati membri ha già raccolto 2.000 potenziali progetti da cui fare una selezione (si veda Il Sole 24 Ore di martedì).
Secondo Bruxelles, il fondo avrà due livelli decisionali. Il primo raggrupperebbe gli azionisti – oggi la Commissione e la Bei, domani anche stati membri se vorranno contribuire al capitale. Questo organismo sarà chiamato a decidere le grandi linee di investimento. Il secondo livello decisionale è quello che dovrebbe fare, agli occhi dell’esecutivo comunitario, la scelta dei progetti da finanziare. Dovrebbe essere composto da esperti indipendenti.
Il Consiglio europeo della settimana prossima darà mandato alla Commissione di preparare i testi legislativi con cui creare il nuovo fondo entro la fine di gennaio perché possa finanziare progetti da giugno. Durante un convegno ieri qui a Bruxelles, il ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan ha chiesto chiarezza su alcuni punti. La tempistica, prima di tutto: una partenza in giugno è troppo lontana. Ha poi aggiunto che «i criteri per selezionare i progetti devono essere chiariti pienamente».
«I governi vogliono sapere con precisione come funzionerà il meccanismo – precisa un diplomatico –. Soprattutto i Paesi piccoli non vogliono rischiare di essere lasciati da parte. La Commissione e la Bei vogliono che i progetti vengano selezionati in base all’interesse, al merito, alla capacità di attirare gli investimenti, ma c’è anche la necessità sentita da molti Paesi di assicurare un certo bilanciamento, un certo equilibrio. Evitare in poche parole che i progetti siano tutti franco-tedeschi, per esempio».
Nell’incontrare martedì i ministri delle Finanze, il presidente della Bei Werner Hoyer si è voluto rassicurante. Secondo un partecipante, ha spiegato che la selezione verrà fatta in modo indipendente ma equilibrato. Rimane la preoccupazione, soprattutto dei Paesi piccoli e dei Paesi dell’Est. Diplomatici originari dei Paesi dell’allargamento spiegano esplicitamente che gli stati riuniti nel Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) vogliono garanzie di un ritorno finanziario.
«Molti paesi dell’Est temono di ricavare poco dal piano di investimenti – ammette il diplomatico –. Notano che parte delle garanzie con cui nasce il capitale iniziale viene dal bilancio comunitario: hanno paura di subire in qualche modo una riduzione dei fondi a cui possono aspirare». Lo stesso equilibrio nel consiglio dei soci è aspetto controverso: gli azionisti avranno tutti lo stesso peso o questo dipenderà dall’ammontare del contributo del paese? La seconda delle due scelte rischia di penalizzare i paesi meno ricchi.
Infine, bisognerà risolvere la questione della deduzione delle quote nazionali nel capitale del nuovo fondo. Bruxelles ha promesso che questi versamenti non faranno scattare procedure di deficit eccessivo. Molti deputati vorrebbero che fossero direttamente scomputati dal calcolo del disavanzo. Lo stesso ha sottolineato ieri Padoan: deve essere chiaro, ha detto il ministro, «quali sono gli incentivi per gli stati che hanno già una posizione di bilancio molto pesante ad investire» nel nuovo fondo.

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