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“Il piano Juncker non basta ora serve un New Deal per fare ripartire l’Europa”

«DOPO il piano Juncker, serve un New Deal europeo, con nuovi investimenti ma anche una maggiore integrazione finanziaria tra i paesi della zona euro». Nel suo grande ufficio a Bercy, Emmanuel Macron ordina un tè prima di cominciare l’intervista. Il ministro dell’Economia arriva domani a Roma dove terrà un seminario alla Luiss e incontrerà i ministri Guidi e Padoan. Nonostante i timori sulla crisi greca, Macron è ottimista: «L’Europa ha un grande destino se continua ad avanzare». Per il governo Tsipras, aggiunge, è arrivato il «momento della verità».

A soli 37 anni è uno dei ministri più popolari del governo. Ha dato il suo nome a una legge che segna una svolta per la sinistra francese. La Loi Macron ha imposto liberalizzazioni in alcuni settori e professioni, maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, e misure di semplificazioni per le imprese. «Nelle prossime settimane ci saranno nuove aggiunte » annuncia Macron, finito in politica dopo essere stato banchiere e prima ancora appassionato di poesia e allievo del filosofo Paul Ricoeur. Conosce anche un po’ di letteratura italiana, soprattutto Italo Svevo per il quale ha una passione. «Appartiene a quella generazione di intellettuali che hanno saputo vivere e immaginare l’Europa prima che fosse un progetto politico».
Una parte della sinistra non ha voluto votare la Loi Macron. Perché è così difficile fare riforme in Francia?
«Il movimento di riforme continuerà. La Francia ha bisogno di moder- nizzare la sua economia, aprendo alcuni settori, rendendo più flessibile il mercato del lavoro pur mantenendo le tutele per i lavoratori».
Il governo però ha dovuto usare una forzatura in parlamento, con il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione. E’ una sconfitta?
«Il 49.3 non è un segnale di sconfitta né di debolezza. E’ già stato utilizzato 83 volte in passato. E se ci sarà bisogno, succederà ancora».
Cosa risponde ai socialisti che l’accusano di una svolta “liberal”?
«Il Dna della sinistra è soprattutto l’emancipazione attraverso il lavoro: è ciò che vogliamo favorire. Le nostre riforme danno più accesso ai giovani, agli outsider del sistema.
Non possiamo accettare il conservatorismo di un modello che non produce i risultati attesi, visto che abbiamo il 10% di disoccupati e il 25% di giovani senza lavoro».
Il suo sostegno alle imprese è un altro motivo di scontro con una parte della gauche?
«Non si può favorire l’occupazione schierandosi contro le imprese.
Voglio che le aziende abbiano successo, possano investire, ma non siano solo una macchina che distribuisce dividendi o cerca l’ottimizzazione fiscale. Per troppo tempo in Francia abbiamo preferito il salario e il dividendo, anziché l’occupazione e l’investimento».
Esistono tanti esempi di riformismo: la Terza Via di Tony Blair, l’Agenda 2010 di Gherard Schröder. Qual è la sua idea di sinistra?
«Ci sono delle figure francesi importanti per me come Pierre Mendès France perché diceva sempre la verità. La sinistra parla all’intelligenza del popolo. Quel che ha fatto Schröder in Germania è interessante ma non replicabile. Si può anche riflettere sulla Terza Via di Blair, ma il modello anglosassone è molto diverso. Oggi dobbiamo piuttosto costruire un’ideologia progressista dell’Europa continentale ».
Cosa pensa delle riforme del governo Renzi?
«Ho avuto modo di parlarne con i ministri Guidi e Padoan. L’Italia si è concentrata sul mercato del lavoro e in particolare su misure simboliche come l’articolo 18. Noi abbiamo scelto un approccio più trasversale. Al livello europeo, con Matteo Renzi e François Hollande si può finalmente creare una nuo- va dinamica».
Quali proposte farete?
«Più integrazione nella zona euro, ovvero un bilancio comune che accompagni la politica monetaria, la solidarietà finanziaria, una fiscalità più integrata. L’Italia e la Francia possono avere un ruolo storico».
Il piano Juncker è all’altezza?
«E’ insufficiente, ma è un primo gesto. Adesso serve un New Deal europeo, con una capacità di raccogliere fondi tutti insieme. Esiste ancora un bisogno consolidato di 500 miliardi di euro. Con l’Italia faremo questa proposta».
La Grecia rischia di uscire dall’euro?
«Parlarne significa già dare credito a questo scenario. Dobbiamo restare prudenti. La nostra responsabilità collettiva è aiutare la Grecia a trovare i mezzi per salvarsi da sola. La crisi greca insegna che è sempre meglio dire la verità. Per troppo tempo il governo di Atene ha fatto credere ai greci che potevano vivere come a Berlino, ma senza fare riforme».
Quale impatto avrà la Loi Macron sull’economia francese?
«Le stime parlano di circa 4 punti di Pil entro il 2020. Ma si può fare molto di più se le riforme saranno accompagnate da investimenti. La Francia ha i mezzi per risollevarsi».
Ha fiducia nei segnali di ripresa?
«La nostra sfida è continuare a riformare l’Europa senza l’urgenza della crisi. Il principale rischio adesso è una forma di stanchezza o, peggio, di inazione. Se l’Europa smette di avanzare, potrebbe tornare in una zona a rischio».
Un quarto dei francesi vota per un partito che vuole abbandonare l’euro. La preoccupa?
«Il populismo è un rifugio alla paura della globalizzazione. Se decidessimo di chiudere le frontiere, come vuole fare il Front National, la Francia diventerebbe una valle di lacrime e sangue. Ma dobbiamo anche spiegare come si può riuscire all’interno della globalizzazione. Voglio lottare contro i populismi ma anche contro qualsiasi facilità che consisterebbe nel dire: non cambiamo niente».
Molti prevedono per lei un radioso futuro politico, addirittura fino all’Eliseo. Ci pensa?
«Per me conta il presente. Oggi voglio riformare il nostro modello economico per dare prima di tutto un avvenire alla Francia».
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