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Il piano Ghizzoni: diventare public company

di Stefano Righi

Federico Ghizzoni oggi ha 7,5 miliardi di motivi per essere ottimista. Dopo l'aumento di capitale più ampio mai realizzato nella storia di Piazza degli Affari, l'amministratore delegato del gruppo Unicredit guarda al futuro con una speranza rinnovata. La banca deve ancora uscire dalla crisi che ha colpito tutto il settore, eppure in Piazza Cordusio c'è la consapevolezza di aver messo alle spalle il peggio, tanto che Ghizzoni è il candidato numero uno per succedere a se stesso, quando l'11 maggio la più articolata tra le banche italiane andrà a rinnovare il proprio consiglio di amministrazione.
Nuovi equilibri
Con l'aumento di capitale però Unicredit ha già cambiato volto. I soci libici pesano meno. Tra le fondazioni di origine bancaria, Crt oggi è la prima. Sono poi cresciuti i privati investitori italiani. In quel 22 per cento che vale il complesso del cosiddetto retail la quasi totalità (98 per cento) è italiana. Si trovano alcuni big sotto il tetto del 2 per cento (Caltagirone, Della Valle, Del Vecchio) e molti piccoli risparmiatori. A questi si aggiungono alcuni fondi comuni. Su tutti lo statunitense Capital Research, oggi primo azionista della banca. Nuovi equilibri che porteranno a un profilo diverso del cda: certamente più snello e con pesi da riequilibrare. Venti consiglieri sono troppi, secondo l'opinione di diversi azionisti: il board andrà snellito, anche alla luce dei risultati dell'aumento di capitale. E da domani inizierà la partita politica per il rinnovo dei vertici.
Il peso del capitale
«La cosa importante — sottolinea Ghizzoni — è che è stato il mercato nel suo complesso a premiare l'operazione. Oggi siamo la banca italiana più capitalizzata e una delle banche commerciali europee con i più alti coefficienti patrimoniali. Il successo dell'aumento di capitale è stato determinato dal fatto che soggetti molto diversificati hanno creduto e credono nel valore del nostro gruppo e hanno ritrovato anche un senso di fiducia nei confronti del sistema Italia. Ad aumento concluso possiamo dire che il nucleo storico dei soci, a cominciare dalle fondazioni, si conferma fondamentale, così come è stato in tutti i passaggi chiave della banca. C'è stata un'eccellente risposta dal retail italiano, e quindi dalla grande rete dei piccoli risparmiatori. Ed è certamente molto importante l'impegno di alcuni fondi di investimento americani che sono tornati ad investire in Unicredit e sono tornati con una logica di medio-lungo termine. È il segno della nostra credibilità sui mercati. E mi fa piacere sottolineare che diversi fondi hanno scelto Unicredit per affacciarsi di nuovo in Europa dopo mesi di assenza. La crescita di Aabar è la conferma della fiducia nella banca da parte di un socio importante che ci conosce da molto tempo».
L'Eba e il piano
L'operazione conclusa il 27 gennaio consente a Unicredit di rispondere adeguatamente alle richieste di maggior capitale avanzate dall'Eba, l'autorità europea sulle banche — Piazza Cordusio è l'unico istituto italiano ad essere considerato sistemico a livello continentale — ma soprattutto libera le mani degli amministratori per mettere in atto il piano industriale che guiderà la banca fino al 2015. «Il piano — sottolinea Ghizzoni — orienta la missione del gruppo sull'essere una delle più importanti e solide banche commerciali europee. Siamo consapevoli di aver chiesto un sacrificio ai nostri soci in termini di dividendi sull'esercizio 2011, ma coefficienti patrimoniali elevati supporteranno meglio il valore del titolo e la redditività nell'arco di attuazione del piano. E il nostro piano, tutto basato su azioni che sono interamente nelle nostre mani, già sconta comunque prospettive macroeconomiche ancora difficili nel 2012». Proprio il rapporto con gli azionisti — i cassettisti ricordano il valore del titolo oltre i 7 euro che, per effetto del raggruppamento effettuato a dicembre, si possono confrontare con oltre 70 euro odierni — è uno dei fronti aperti in Piazza Cordusio.
L'andamento in Borsa
Ghizzoni non si nasconde: «A partire dal 2008 il mondo è profondamente cambiato non solo per Unicredit ma per l'intero sistema bancario e più in generale per il sistema economico internazionale. Sono cambiati i valori, le redditività attese e per le banche è cambiato il quadro regolatorio. I requisiti in termini di capitale si sono fatti molto più stringenti e importanti, i vincoli imposti dagli organi di vigilanza si sono rafforzati. Unicredit ha operato una scelta precisa: quella di essere una banca commerciale strutturalmente molto solida, leader a livello europeo, presente nel mondo in una cinquantina di paesi. Una banca concentrata sui propri clienti, imprese e famiglie, in grado di giocare un ruolo chiave per la crescita dell'economia reale. Questa missione vedrà anche migliorare in maniera sensibile la nostra capacità reddituale».
Il nodo del controllo
Ultima pratica aperta riguarda gli effetti dell'articolo 36 (vedi pagine 2 e 3) sul board di Piazza Cordusio, da dove si è già dimesso Carlo Pesenti. «Attendiamo di conoscere le norme di implementazione e di avere maggiore chiarezza sulla nozione di controllo — conclude Ghizzoni —. L'Abi sta discutendo la questione in rappresentanza di tutte le banche, ma sarà il legislatore a decidere». È questione di settimane.

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