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Il piano «euro union bond» taglia-debito

In fondo ci avevano già pensato negli anni 60. I sei Stati fondatori della Comunità economica studiarono persino nei dettagli l’ipotesi di una raccolta di risorse da fare insieme. Uno per tutti, tutti per uno. Ma non se ne fece nulla. Non perché c’era già la Germania ma perché all’epoca il debito pubblico non faceva paura. Anzi, era un cavallo da lanciare nella corsa per la ricostruzione. C’è voluta la grande crisi dell’Europa per far tornare quell’idea sui tavoli delle cancellerie del vecchio continente, almeno finora con poca fortuna. E c’è voluta un’altra crisi, quella di una politica basata solo su austerità e rigore, per fare un nuovo tentativo.
Il piano del governo Renzi per tagliare il debito pubblico si basa sugli euro union bond, il progetto dell’ex presidente della commissione Romano Prodi e dell’economista Alberto Quadrio Curzio. L’idea venne lanciata nella calda estate del 2011, quella della lettera della Banca centrale europea all’Italia, quella delle manovre correttive una in fila all’altra, quella che avrebbe portato alla fine del governo Berlusconi e all’arrivo di Mario Monti. Numeri e dettagli variano a seconda delle ipotesi ma la sostanza resta la stessa e funziona così. Gli Stati membri dell’Unione che aderiscono alla moneta unica creano un fondo finanziario comune. A questo fondo ogni Stato membro gira una parte dei suoi gioielli di famiglia: le azioni di società di reti infrastrutturali (come Enel ad esempio), un pezzo del proprio patrimonio immobiliare, e anche una parte delle riserve auree delle banche centrali. Ogni Paese dovrebbe partecipare con uno sforzo proporzionale alle quote che ha nel capitale della Banca centrale europea. L’ipotesi originaria di Prodi e Quadrio Curzio prevedeva che il fondo avesse un capitale da mille miliardi che potesse funzionare come garanzia per emettere 3 mila miliardi di obbligazioni, gli euro union bond appunto, con una durata di 10 anni e un tasso medio del 3%.
Come utilizzare questi soldi? La maggior parte, 2.300 miliardi, andrebbe usata per abbattere il debito pubblico dei Paesi che partecipano, di 25 punti rispetto al Pil, il prodotto interno lordo. Gli altri 700 milioni, invece, servirebbero per fare investimenti infrastrutturali capaci di stimolare la famosa crescita. Nella ultima versione queste due proporzioni potrebbero cambiare. L’Italia vorrebbe aumentare ancora di più i fondi destinati all’abbattimento del debito pubblico, che nel frattempo è cresciuto ancora arrivando al 135% del Pil, con l’obiettivo di riportarlo verso quota 100% (servirebbe quindi un abbattimento di 35 punti). Togliendo qualcosina agli investimenti, per i quali usare quel famoso «miglior uso della flessibilità» dei parametri europei che pure vale cifre infinitamente più basse.
Ma cosa si deve fare per mettere in piedi questo meccanismo? Nel fondo europeo l’Italia dovrebbe versare qualcosa come 180 miliardi di euro. Più di 100 miliardi dovrebbero arrivare dalle riserve auree, il resto dalle azioni societarie nel portafoglio del ministero dell’Economia e dal patrimonio immobiliare. La Germania ne dovrebbe mettere 270, la Francia 240. Sarebbe proprio questa massa di garanzie reali e rassicurare gli investitori sulla solidità degli euro union bond. È possibile che, a queste condizioni, ci sarebbe una certo interesse da parte di investitori istituzionali e privati. Europei ma soprattutto asiatici, gli stessi che oggi vanno in giro per l’Europa a caccia dei pezzi pregiati. Ma il problema resta sempre lo stesso. Anche se implicitamente, la vera garanzia sugli euro union bond sarebbe quella fornita dagli Stati più solidi, leggi Germania. Berlino vede come fumo negli occhi ogni ipotesi di condivisione del debito con i Paesi poco virtuosi. E non basta la fine dell’asse Merkel-Sarkozy per far cambiare idea ai tedeschi.

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